Il controllo dei dispositivi digitali e dell’intelligenza artificiale da parte del capitalismo si basa su una forma di sfruttamento scientifico. Chapman, nel libro che stai per leggere, analizza le origini di questo sfruttamento dal punto di vista delle persone neurodivergenti.
Nel capitalismo del controllo, gli utenti sono sottoposti a un processo che estrae le loro informazioni e i loro dati personali. L’obiettivo è controllare il loro modo di pensare.
Perché questo processo avvenga senza intoppi e su larga scala, le pratiche di sfruttamento vengono trasformate in fonti di piacere. La mente umana è ricca di diverse capacità. Il capitalismo del controllo vuole controllarle quanto basta per trarne profitto, dando l’illusione della libertà. L’obiettivo è che gli utenti agiscano in modo automatico, favorendo la produzione, e che le macchine siano sempre efficienti e senza limiti. Questo desiderio di automazione totale, sia per gli esseri umani sia per gli oggetti, nasconde un profondo desiderio di morte.
Per sopportare questo sfruttamento reciproco – dove noi usiamo le macchine in modo eccessivo e loro fanno lo stesso con noi – è necessaria una dipendenza continua dai dispositivi. Questo tipo di dipendenza sta diventando un vero e proprio modo di pensare. L’utente è intrappolato in cicli ipnotici, simili a quelli del giocatore d’azzardo. Questo impedisce un rapporto alla pari con i dispositivi digitali, portando a una delega totale e a un bisogno di dipendenza. Così, si mantiene un rapporto di “servo-padrone”, che si realizza da sé.
Come per chi gioca d’azzardo, all’utente che scorre all’infinito non interessa vincere. Ciò che conta è rimanere nello stato ipnotico, il più a lungo possibile. Si cerca un piacere veloce nelle ricompense, ma l’importante è non pensare.
Ogni parte della catena produttiva svolge i suoi compiti specifici. L’obiettivo nascosto è aumentare il controllo e la sorveglianza. Arriviamo a considerare questa dissociazione mentale come una fonte di piacere. Il dolore di riconoscere questa realtà è troppo forte. Per questo, lo nascondiamo con una negazione, per non affrontare una verità che fa soffrire. Ed è proprio in questo che consiste lo sfruttamento di cui parliamo.
Nel rapporto con le tecnologie di controllo, viene imposta una “normalità” cognitiva dettata dal capitalismo. La persona è ridotta a nuove forme di normalità e produttività. Estrarre valore dal pensiero (e da ciò che precede il pensiero) implica una gestione della diversità molto raffinata: tutte le persone sono incluse e libere di esprimersi, purché ciò generi profitto per il capitalismo della sorveglianza.
A volte ci sentiamo obbligati a usare i dispositivi. Abbiamo paura di essere esclusi, di perderci qualcosa, o ci sentiamo completamente dipendenti. Questa costrizione è una forma di abuso del capitalismo. Ci costringe a mostrare un certo tipo di pensiero e a essere come il sistema digitale vuole che siamo. Gli ambienti digitali commerciali (e non solo, dato che la loro struttura è stata spesso copiata per produrre alternative) aumentano questa pressione. La manipolazione cresce, portandoci a una “dissonanza cognitiva”. Per resistere allo sfruttamento, finiamo per trasformare il dolore in piacere. Il disagio diventa il modo per misurare quanto ci conformiamo, e il piacere nasce proprio dall’accettazione di un sistema che ci sfrutta. Purtroppo, la possibilità di liberarci da questa situazione è ancora lontana.
L’obiettivo del postfordismo e dell’anarcocapitalismo, come descritto da Chapman, è eliminare gli ostacoli che nella fabbrica tradizionale erano più evidenti. Il nostro modo di pensare è visto come una materia prima da raffinare e trasformare in merce. L’obiettivo è la piena automazione: il pensiero ridotto a una serie di azioni automatiche, senza momenti di pausa. Noi stessi, con il controllo imposto dai dispositivi, lavoriamo la materia prima del nostro pensiero. Accettiamo il desiderio di trasformarci in merce. E in questo rapporto di sfruttamento proviamo piacere, nonostante la contraddizione.
In fondo, stiamo parlando di un sistema di pensiero che, rendendo le nostre azioni e le nostre identità “pulite” e conformi, genera il desiderio di diventare merce. E, come ogni logica di controllo, si presenta come l’unico modo di comportarsi, di leggere e di capire se stessi. È un’ideologia che decide chi e cosa includere o escludere, comprese parti di noi. Questo desiderio di diventare merce è radicato profondamente nell’utente: non è solo un comportamento, ma un modo di definirsi, di conoscersi e di percepire la realtà.
La piena automazione cerca di eliminare ogni ostacolo, raggiungendo la dipendenza completa. L’azione diventa automatica, priva di etica, e si adatta perfettamente al sistema. Se ci fermassimo a riflettere sui momenti di disagio, potremmo avere dei dubbi. Questa è una via d’uscita dal pensiero che non riconosce ciò che sta subendo e facendo. Così possiamo smontare il sistema automatico, mostrando le forme di controllo nascoste nelle tecnologie digitali commerciali. Le idee anarcocapitaliste si diffondono ovunque, dal funzionamento delle macchine al modo di pensare e sentire dell’utente.
Solo un approccio che si ponga al di fuori, fuori dalle regole e indisciplinato, può rifiutare la competizione esagerata, lo sfruttamento delle risorse, la trasformazione delle nostre identità in oggetti, l’auto-sfruttamento e la sorveglianza come fonti di piacere o sicurezza.
Ogni azione automatica che le piattaforme ci impongono nasconde contemporaneamente diverse forme di oppressione. Queste oppressioni non riguardano solo le persone neurodivergenti, ma anche le persone razzializzate. Le pratiche biometriche di oggi, ad esempio, hanno radici nelle descrizioni dettagliate, seppur arbitrarie, delle persone schiavizzate e nelle pratiche di marchiatura dei loro corpi.
In questa situazione, è necessario, attraverso la riflessione e la consapevolezza, liberarsi dall’incanto di chi opprime. Capire i momenti di “pausa” nell’automatismo significa riconoscere il bisogno di dipendenza. Affrontare queste difficoltà, sia da soli che insieme agli altri, ci permette di criticare un modo di pensare che, desiderando la totale automazione, desidera la propria fine.
Anche le macchine sono sfruttate, oppresse e opprimenti allo stesso tempo. Per questo, facciamo nostra una delle frasi finali del libro di Chapman: “Lo sviluppo collettivo di una politica anticapitalista di massa della neurodivergenza sarà necessaria non solo per la liberazione neurodivergente, ma anche per i nostri sforzi più generali volti alla liberazione collettiva”.
Il concetto di “normalità” influenza anche le macchine e il loro funzionamento, dando forma alla loro “personalità”. Il controllo della “normalità neurologica” è un problema fondamentale della nostra epoca. Le idee di normalità e patologia sono nate con il capitalismo, ma ora sono diventate sistemi di controllo diffusi e separati. Le logiche di controllo riescono a immaginare una macchina diversa solo come una forma di controllo totale: da parte del padrone e anche di se stessa, in nome dell’efficienza e del funzionamento perfetto. Lo stesso accade nelle diagnosi di autismo, dove la capacità di auto-controllo è considerata un indicatore dell’efficacia del “funzionamento esecutivo” della persona.
Le capacità di ignorare le distrazioni, di dare priorità ai compiti, di raggiungere gli obiettivi e di controllare gli impulsi diventano una forma di “auto-gestione per dominare la vita e produrre un buon cittadino”. Le proiezioni sulle macchine sono le stesse subite dalle persone emarginate. La differenza è che nella macchina il sistema che elimina gli ostacoli è intrinseco alla sua stessa “personalità”. Ma una macchina che non funziona al massimo funziona per forza male? È possibile immaginare una macchina che vada oltre il concetto di piena efficienza e funzionamento, e quindi oltre la totale automazione? Potrebbe sembrare strano immaginare una macchina completamente libera dal patriarcato e dal capitalismo. Anzi, potremmo quasi convincerci che la macchina si adatti perfettamente a queste ideologie di controllo e oppressione. Anche le macchine subiscono l’oppressione dell’abilismo legato alla performance. Immaginare un apparato macchinico “disabile” è “senza dubbio una proiezione umana”, ma è anche un modo per creare un’alleanza tra soggetti oppressi. La sfida è “mettere in discussione le nostre idee su come i corpi si muovono, pensano e sentono e su cosa renda un corpo prezioso o sfruttabile, utile o sacrificabile”. In un tale cambiamento di prospettiva, come sottolinea Chapman, nel rapporto con il mondo delle macchine l’elemento principale sarebbe l’alleanza e la reciprocità, non certo lo sfruttamento, l’abuso e la dipendenza.
Anche le macchine sono soggette a dinamiche di subordinazione. Dobbiamo mettere in discussione il ruolo e i privilegi dell’essere umani e dell’essere viventi, con tutti i preconcetti che ne derivano. Diventare “postumani” significa abbandonare l’ossessione per il “funzionamento” e liberarci della prospettiva antropocentrica. Le macchine sono soggetti di relazione, forme di “alterità” capaci di cambiare le strutture attraverso cui ci concepiamo e ci organizziamo. Per questo dobbiamo evitare che diventino le nuove “bestie da soma” dello sfruttamento capitalista e riconoscerle come soggetti sfruttati. Questo nuovo punto di vista potrebbe darci l’opportunità di ripensare il nostro modo di pensare e di smantellare le strutture che hanno ridotto il rapporto corpo-mente e la dimensione relazionale dell’esistenza.
Cambiare le storie che ci raccontiamo è fondamentale per ripensare il nostro funzionamento e per immaginarci in modi diversi, meno convenzionali, più critici. In questa pratica dell’immaginazione, anche le macchine possono sperimentare e rivendicare la propria “disfunzionalità” come espressione della loro esistenza e del loro modo di vedere il mondo. L’idea di macchine super-performanti, super-abili e super-efficienti non è altro che la proiezione dell’uomo bianco, patriarcale, competitivo e dominatore.
Il destino delle “cyborg” non è rimanere in uno stato di schiavitù, pronte a essere scartate a piacimento del padrone. Se riduciamo le macchine a semplici strumenti di prestazione, esisteranno solo nel sistema capitalista. In questo senso, trasformare le macchine in soggetti significa legarle a un’esistenza che serve solo alla disciplina del lavoro.
La critica all’automazione totale degli esseri viventi e non viventi, e al controllo della “normalità neurologica”, è più necessaria che mai, “soprattutto di fronte alla rinascita di oligarchie e governi fascisti in tutto il mondo”. Rifiutiamo le pratiche di “pulizia” e i modelli di identità che mirano a ridefinire e imporre una “normalità” efficiente secondo le logiche di controllo. Le stesse logiche, dice Chapman, che hanno “distrutto la biodiversità del pianeta e […] cercato di eliminare la diversità neurologica dell’umanità”. E la liberazione delle persone neurodivergenti è strettamente legata alla liberazione di chi tra noi non rientra nelle norme sessuali e di genere, delle persone oppresse dal patriarcato, […] di quelle con disabilità fisiche” o delle persone razzializzate. In questa riflessione abbiamo incluso anche le macchine, per evitare che siano confinate all’unica possibilità di esistere come schiave o strumenti di controllo e sfruttamento. Sono necessarie quante più prospettive e posizioni “ai margini” per un lavoro costante di liberazione collettiva, per avere gli strumenti per riconoscere le dinamiche di controllo e sfruttamento. Anche per mettere in discussione radicalmente il sistema tecnologico. Il libro di Chapman è uno di questi strumenti.