Il “churnalism” è un termine peggiorativo usato per descrivere la pratica di riciclare comunicati stampa e articoli preconfezionati senza aggiungere alcun contenuto originale. Questo fenomeno è stato esacerbato dall’avvento dei siti di notizie online e dei social media, che hanno reso la velocità di pubblicazione un imperativo assoluto.
Gli editori, preoccupati dalla redditività e desiderosi di ridurre i costi di produzione, fissano obiettivi quantitativi e incoraggiano i team editoriali a concentrarsi sulle informazioni che genereranno i maggiori profitti in termini di audience o di entrate pubblicitarie. Questo porta i giornalisti a essere versatili, fornendo testo, immagini e suoni allo stesso tempo, riducendo così il tempo dedicato alla verifica delle informazioni.
La produzione assistita da computer (CAP), introdotta negli anni Ottanta, ha spinto i giornalisti a produrre articoli più velocemente e in numero maggiore, a scapito della qualità. La guida per il personale della BBC, ad esempio, incoraggia un senso di urgenza per essere i primi a pubblicare le notizie.
In Francia, nel 2013, il 10% delle notizie è stato diffuso online in meno di quattro secondi e il 25% in meno di quattro minuti. In questo contesto, i giornalisti sono portati a privilegiare le storie semplici, facili da scrivere, non controverse e sicure, spesso basate su fonti ufficiali per evitare querele per diffamazione.
In sintesi, il “churnalism” rappresenta una forma di lavoro giornalistico che sacrifica la qualità e la verifica delle informazioni in favore della velocità e della quantità di produzione.
(fonte: D. Colon, “La guerra dell’informazione. Gli stati alla conquista delle nostre menti”)