Fonte: M. Cangiano, “Guerre culturali e neoliberismo”
Nel saggio di Mimmo Cangiano, il confronto tra il “Discorso del Padrone” e il “Discorso del capitalista” (formule mutuate dalla psicanalisi lacaniana e riprese tramite il critico Daniele Giglioli) serve a illustrare il mutamento storico e ideologico attraverso cui il sistema capitalista è passato per garantire la propria sopravvivenza e massimizzare i profitti, passando da una logica repressiva a una permissiva e basata sul consumo.
Ecco le differenze fondamentali tra i due paradigmi:
1. Il Discorso del Padrone (L’etica proto-capitalista e fordista) Questo discorso rappresenta la fase classica del capitalismo, caratterizzata da un ordine disciplinante, autoritario e monologico.
- Repressione e rinuncia: Si fonda su un’istanza proibitiva e sulla dialettica del reprimere le energie. L’etica imposta è quella del sacrificio: “astieniti, risparmia, accumula, reinvesti”.
- Il futuro sul presente: Viene privilegiata la gratificazione differita; il focus è sul futuro piuttosto che sul presente.
- Normatività rigida: È legato a strutture gerarchiche e a direttive culturali monologico-universaliste, come i tradizionali ruoli di genere legati alla divisione del lavoro, il patriarcato e l’eteronormatività.
2. Il Discorso del Capitalista (L’etica tardo-capitalista e neoliberista) A partire dagli anni ’60, il capitalismo dimostra la capacità di staccarsi dai vecchi discorsi ordinativi per abbracciare una nuova ideologia, funzionale a un’economia incentrata sui servizi, sulle comunicazioni e sui consumi.
- Consumo e godimento: L’istanza proibitiva scompare per fare posto a un Super-Io altrettanto esigente, ma di segno opposto, che ordina: “consuma, spreca, godi”. Si rivendica il diritto alla felicità “qui e ora, tutta e subito, senza ostacoli interni né possibilmente esterni”.
- Sfruttamento della differenza e dell’autonomia: Il capitale assorbe le rivendicazioni di autonomia e le denunce anti-gerarchiche dei movimenti del ’68. Trasforma la richiesta di liberazione e la creatività in strumenti di mercato, mettendo a profitto la differenza, l’inclusività e il potenziale eversivo di tutto ciò che prima era considerato “non-normato”.
- Individualismo e immaginario: Il sistema incoraggia l’individuo a credere al proprio immaginario e alla propria identità come alla cosa più vera in assoluto. In questa fase, il capitalismo concede perfino “vantaggi sociali di tipo simbolico” a chi eccede le vecchie norme categorizzanti, pur di creare nuovi spazi di mercato e consumo.
La critica di Cangiano all’attivismo contemporaneo L’autore utilizza questa distinzione per muovere la sua critica principale al “culturalismo” e ai movimenti woke. La sinistra odierna e l’analisi culturale di derivazione post-strutturalista (la French Theory) tendono a identificare il Potere esclusivamente con il Discorso del Padrone (ossia con l’universalismo rigido, normativizzante e disciplinante).
Di conseguenza, il progressismo contemporaneo scambia per “resistenza radicale” tutto ciò che si oppone a quel vecchio modello (flessibilità, marginalità, liquidità, frammentazione). Tuttavia, non si accorge che queste stesse parole d’ordine (molteplicità, fluidità, superamento dei limiti) sono già diventate la linfa vitale del Discorso del Capitalista, il quale prospera proprio sulla deregolamentazione, sul rifiuto di valori rigidi e sull’esaltazione narcisistica e consumistica dell’individuo. Combattendo il capitale come se fosse ancora il vecchio Padrone, i movimenti culturali finiscono paradossalmente per diventarne una funzione, promuovendo forme di “inclusività” e liberazione identitaria che il mercato globale è felicissimo di assecondare e trasformare in merce.