Abolire la proprietà intellettuale degli economisti Michele Boldrin e David K. Levine sostiene che il copyright e i brevetti costituiscono un “male inutile”, poiché non favoriscono affatto l’innovazione o la creatività, ma operano come un monopolio intellettuale che genera soltanto ostacoli alla diffusione delle idee e inefficienze sociali. Gli autori argomentano storicamente ed economicamente che le industrie creative e dinamiche nascono e prosperano in un regime di libera concorrenza, e che il ricorso al monopolio intellettuale avviene solitamente solo in una fase di stagnazione, quando le imprese consolidate cercano l’intervento statale per proteggere i propri vecchi modelli di business e distruggere la competizione. Sfatando il mito secondo cui senza brevetti non vi sarebbe invenzione, il testo dimostra che gli innovatori possono ricevere compensi abbondanti e sufficienti grazie al naturale vantaggio di essere i primi ad arrivare sul mercato. Di conseguenza, la soluzione radicale ma necessaria auspicata dagli autori è la completa e progressiva abolizione del sistema della proprietà intellettuale. Il testo Cultura libera: un equilibrio fra anarchia e controllo di Lawrence Lessig sostiene che l’estremismo dei diritti di proprietà intellettuale e l’estensione illimitata del copyright, esasperati dalle tecnologie digitali, stanno distruggendo la nostra tradizionale “cultura libera” per sostituirla con una “cultura del permesso”. Lessig non auspica l’anarchia o l’abolizione della proprietà, bensì difende un equilibrio storico in cui i creatori sono tutelati economicamente senza però impedire alle generazioni successive di costruire liberamente sul passato. L’autore denuncia la “guerra alla pirateria” condotta dalle grandi industrie dei media (cinema, discografia, TV) come un tentativo di usare la legge per proteggere un oligopolio dalla concorrenza delle nuove tecnologie distributive offerte da Internet. La tesi propone di superare la paralizzante contrapposizione tra “tutti i diritti riservati” e l’illegalità, adottando modelli contrattuali flessibili come le licenze Creative Commons (“alcuni diritti riservati”) per ricostruire un pubblico dominio vitale e democratizzare la creatività. Nel saggio L’autore artificiale. Creatività e proprietà intellettuale nell’era dell’AI, Simone Aliprandi esplora come l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa obblighi il diritto a ripensare radicalmente i concetti di creatività e autorialità. Il sistema giuridico del copyright è intrinsecamente antropocentrico: richiede che un’opera sia il frutto dell’ingegno umano e possieda un “carattere creativo” fatto di originalità e novità. La tesi centrale è che, finché i sistemi di AI fungono da strumento sotto il diretto controllo, le scelte e la supervisione (il cosiddetto judgement) di un essere umano, i risultati possono essere tutelati dal diritto d’autore a favore dell’utente; al contrario, le opere generate in modo del tutto autonomo dalla macchina senza un reale apporto umano non sono tutelabili e ricadono nel pubblico dominio. Il testo evidenzia inoltre la grande incertezza legale riguardo all’addestramento delle macchine (text and data mining) su opere protette, notando che, in ritardo sui tempi della tecnologia, sono attualmente i “termini d’uso” (TOS) delle piattaforme a dettare le prime regole pratiche su responsabilità e titolarità dei contenuti. Il libro Pirateria. Storia della proprietà intellettuale da Gutenberg a Google di Adrian Johns argomenta che la pirateria intellettuale non è un crimine senza tempo né un semplice effetto collaterale della giurisprudenza, ma un concetto storico nato nel Seicento con la rivoluzione della stampa, che ha plasmato in modo determinante lo sviluppo della scienza, della politica e del capitalismo moderno. Johns dimostra che le attuali nozioni di “copyright”, “brevetto” e “proprietà intellettuale” non sono diritti naturali, ma artifizi inventati e continuamente ridefiniti proprio in risposta alle pratiche di pirateria e alle guerre culturali di varie epoche. La tesi di fondo è che la relazione tra creatività e commercio è sempre stata storicamente dinamica e mutevole: le crisi attuali sulla pirateria digitale e biomedica indicano che il rigido costrutto ottocentesco della “proprietà intellettuale” potrebbe essere giunto al collasso. Johns suggerisce che per affrontare le sfide del XXI secolo sarà necessario riconfigurare radicalmente, o persino abbandonare, la forma moderna della proprietà intellettuale, traendo lezioni dalle diverse pratiche alternative sviluppatesi nel passato.

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