Ci è cascata anche la crusca? sì. Allora ne ho discusso stancamente al bar dell’IA

Ma sei davvero c’è chi crede che la condizione di epistemia sia tipica degli LLM? Ci sono migliaia di esempi nella storia di fluenza e coerenza. Non ti sembra che piuttosto sia in gioco – senza che venga detto o addirittura che ve ne sia consapevolezza – la perdita di ogni dimensione sociale e collettiva di rapporto proattivo con la conoscenza?

Quando deleghiamo il processo di scoperta a un’interfaccia che ci restituisce un “pacchetto” già confezionato e rassicurante, rinunciamo alla fatica del confronto, al dubbio metodico e al dibattito pubblico. L’intelligenza artificiale, in questo senso, è solo il capro espiatorio perfetto per una pigrizia intellettuale che ha radici ben più profonde. Abbiamo smesso di interrogare la realtà insieme agli altri, preferendo la comodità di un oracolo digitale che ci dà sempre ragione o, perlomeno, ci fornisce una versione dei fatti talmente ben articolata da sedare ogni nostra inquietudine critica. Il vero problema, quindi, non è che la macchina “non pensa”, ma che stiamo smettendo di farlo noi, isolandoci in bolle di auto-convincimento dove la verosimiglianza ha definitivamente soppiantato la faticosa, e necessariamente collettiva, ricerca della verità. La vera “malattia” non è l’algoritmo che genera testi plausibili, ma la progressiva rinuncia a essere una comunità pensante.

Quali sono le ragioni dell’iperindividualismo frammentante?

Forse vanno ricercate nella crescente erosione dei legami sociali tradizionali, sostituiti da interazioni mediate dallo schermo che, se da un lato offrono una connessione immediata, dall’altro svuotano di profondità il confronto umano, trasformandolo in una serie di  reazioni istantanee, prive di quella complessità necessaria per comprendere le sfumature e le contraddizioni del reale. In questo ecosistema digitale, l’individuo è trattato non più come un cittadino partecipe di un discorso pubblico, ma come un consumatore isolato di informazioni pre-digerite. Le piattaforme, ottimizzate per massimizzare il tempo di permanenza e l’engagement emotivo, favoriscono la polarizzazione e l’isolamento all’interno di camere dell’eco. Qui, l’intelligenza artificiale generativa si inserisce come l’ultimo e più potente strumento di questa deriva: un “personal assistant” cognitivo che ci solleva dal peso del dubbio e dall’attrito del disaccordo. La conoscenza, un tempo intesa come un percorso faticoso e condiviso, si riduce così a un servizio on-demand, un fast-food del sapere che sazia temporaneamente ma nutre sempre meno il nostro senso critico. Il mercato dell’attenzione ha mercificato la nostra curiosità, trasformandola in una richiesta costante di conferme piuttosto che di scoperte. In questa cornice, l’iperindividualismo non è solo un effetto collaterale della tecnologia, ma il modello di business su cui si regge l’intera infrastruttura digitale contemporanea. Per contrastare l’epistemia, non basterà dunque migliorare l’accuratezza degli algoritmi o educare all’uso critico dei prompt; sarà necessario uno sforzo politico e sociale per ricostruire gli spazi, fisici e culturali, in cui il sapere possa tornare a essere un’esperienza autenticamente collettiva, relazionale e, soprattutto, umana.

Quindi il problema è socio-economico, ovvero dipende dalla visione antisociale del pensiero neoliberale, che vede nell’individuo atomizzato l’unico consumatore ideale, privo di legami che possano minacciare la stabilità del profitto.

Di conseguenza, la sfida per il futuro risiede nella capacità di recuperare una dimensione comunitaria che trascenda l’isolamento digitale, favorendo la riscoperta di forme di dialogo e confronto diretto che non siano mediate esclusivamente da interfacce algoritmiche. Ma questo è intenzione politica, non trovate epistemiche utilissime sul mercato dell’attenzione, del tutto coerenti con il modello dominante.