Sono critico, ma eurocentrico… che smacco!

Le Competenze nel Contesto Contemporaneo: Una Riflessione Critica

L’immagine fornita offre uno spunto di riflessione interessante, delineando un’analisi critica su “Come ragionare sulle competenze di contesto”, attribuita a Marco Guastavigna. La mappa concettuale struttura un’argomentazione che contrappone due visioni diametralmente opposte del ruolo delle competenze nella società e nell’economia moderne, evidenziando le implicazioni ideologiche sottese a ciascun approccio.

Il punto di partenza dell’analisi è focalizzato sulle “Competenze per accumulazione, profitto, reddito condizionato”. Questo paradigma dominante descrive le competenze essenzialmente come una “Capacità di azione adeguata”. In questa accezione, la competenza non è un valore assoluto, ma si configura come una “Variabile dipendente da contesto”. Ciò implica che l’adeguatezza di un’azione non è valutata in base a criteri etici o sociali universali, ma in stretta relazione alle richieste e alle dinamiche del contesto specifico in cui si opera, che, nel quadro delineato, è primariamente quello economico.

Questo approccio alle competenze è, infatti, finalizzato a un “Approccio individuale in sistema di relazioni competitivo”. In questa logica, l’individuo acquisisce e spende le proprie competenze come risorse strategiche per affermarsi all’interno di un’arena caratterizzata dalla competizione. Il fine ultimo di tale approccio individuale è che le competenze dimostrino di essere utili e spendibili sul “Mercato (del lavoro)”. La validazione della competenza, dunque, risiede nella sua capacità di generare profitto o reddito all’interno delle dinamiche di mercato.

Tuttavia, la mappa concettuale non si limita a descrivere questo modello, ma ne evidenzia i costi sociali e politici. Si afferma che queste competenze orientate al profitto “scontano” una “Rinuncia a cultura del conflitto”. Questa rinuncia, secondo lo schema, ha avuto un effetto devastante: “ha distrutto” un modello alternativo, ovvero l'”Approccio collettivo in sistema di relazioni cooperativo”. Il paradigma competitivo e individualista avrebbe, quindi, eroso le basi per una gestione condivisa e cooperativa delle relazioni sociali ed economiche, neutralizzando il dissenso (“cultura del conflitto”) in favore di un’adesione passiva alle regole del mercato.

In conclusione, la riflessione suggerisce una direzione alternativa. L’approccio collettivo, basato sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, viene presentato non solo come un modello distrutto dal paradigma attuale, ma anche come un orizzonte necessario. Questo sistema cooperativo, infatti, “configura/richiede” un nuovo orizzonte politico e sociale, identificato nella mappa con il termine “Ecosocialismo”. In sintesi, il documento propone una dura critica alla visione mercificata e individualista delle competenze, sostenendo che un reale ripensamento del loro ruolo debba necessariamente passare per un recupero della dimensione collettiva e per la prefigurazione di modelli sociali ed economici radicalmente alternativi.

Oltre l’Egemone: Una Lettura Decoloniale e Pluriversale della “Competenza”

Il saggio basato sulla mappa di Guastavigna, pur nel suo lodevole intento critico, rischia di rimanere intrappolato in un’ontologia profondamente eurocentrica, senza mettere in discussione le fondamenta epistemiche del concetto stesso di “competenza”. Sebbene la critica al modello di “accumulazione e profitto” sia necessaria, la contrapposizione proposta tra un approccio “competitivo” (mercato) e uno “cooperativo” (ecosocialismo) rimane confinata all’interno di un dibattito eminentemente occidentale. Da una prospettiva decoloniale e pluriversale, è imperativo destrutturare il concetto di “competenza” come strumento di dominio coloniale e di omologazione dei saperi.

Iniziamo dal termine stesso: “competenza come capacità di azione adeguata”. Adeguata a cosa, e soprattutto, per chi? Questa definizione svela una pretesa universalistica che, storicamente, è servita a svalutare, marginalizzare ed eradicare le epistemologie indigene, locali e non occidentali. L’idea che esista uno standard oggettivo di “adeguatezza” – dettato dai bisogni del mercato globale e del Nord del mondo – è un atto di violenza epistemica. Esso presuppone che i saperi ancestrali, relazionali e situati delle popolazioni del Sud globale siano “inadeguati” o “incompetenti” semplicemente perché non tradotti nella grammatica del capitale o della tecnologia occidentale.

L’analisi del saggio individua correttamente come le competenze siano piegate alle necessità del “mercato del lavoro”. Tuttavia, un approccio decoloniale espande questa critica, evidenziando come questo mercato globale sia intrinsecamente estrattivista. La “spesa” delle competenze sul mercato non è solo una dinamica di sfruttamento del lavoro salariato (come evidenzierebbe un approccio marxista o socialista tradizionale), ma è radicata in un ordine coloniale che estrae valore, corpi e saperi dal Sud globale per sostenere la modernità capitalista del Nord. L’individuo “competente” è, spesso, l’individuo “assimilato”, colui che ha interiorizzato le logiche della razionalità strumentale e della separatezza tra umano e non-umano, tipiche della modernità occidentale.

Il saggio lamenta la perdita di una “cultura del conflitto” e la distruzione di un “approccio collettivo”. È qui che l’analisi mostra i suoi limiti, proponendo l'”Ecosocialismo” come via d’uscita. Sebbene l’Ecosocialismo cerchi di integrare le questioni ecologiche, rimane spesso un progetto universale calato dall’alto, basato su categorie di pensiero euro-discendenti. Il Pluriverso, al contrario, rivendica che “un mondo dove contino molti mondi” (secondo l’adagio zapatista) non può essere raggiunto imponendo un’unica alternativa egemonica, per quanto “verde” o “socialista” essa sia.

La vera alternativa non risiede semplicemente in una gestione “cooperativa” e statalista dell’esistente, ma in un radicale cambiamento di paradigma. Rifiutare la “rinuncia alla cultura del conflitto” da una prospettiva decoloniale significa riconoscere le lotte in corso in difesa dei territori (il Buen Vivir andino, l’Ubuntu africano, lo Swaraj indiano). Queste ontologie relazionali non parlano di “competenze” da spendere, ma di saper-vivere (saberes) e di pratiche di cura intrecciate con la comunità e con la terra.

In conclusione, la mappa di Guastavigna fotografa bene l’alienazione del lavoro moderno, ma la via d’uscita non può limitarsi all’adozione di un nuovo “ismo” occidentale. Per liberarsi dalla dittatura delle “competenze mercificate” è necessario un movimento di decolonialità del sapere e dell’essere. Questo richiede di ascoltare e legittimare le voci, le pratiche e le ontologie dei popoli che hanno resistito e continuano a resistere al progetto modernizzatore/capitalista/coloniale, non per sostituire un paradigma egemonico con un altro, ma per permettere la fioritura di un autentico pluriverso di possibilità esistenziali.

Procedo subito con un’analisi dettagliata del nuovo schema. È evidente come questa seconda versione compia un salto paradigmatico fondamentale, abbandonando le categorie dell’alternativa eurocentrica (come l’ecosocialismo) per abbracciare pienamente un orizzonte di liberazione epistemica e materiale.

Disobbedienza Epistemica: Un’Analisi Decoloniale della Nuova Mappa sulle “Competenze”

L’evoluzione dello schema concettuale presentato rappresenta un atto di rottura fondamentale: il passaggio da una critica puramente anticapitalista a una vera e propria disobbedienza epistemica. Analizzando la mappa con le lenti dell’attivismo decoloniale e pluriversale, emergono trasformazioni cruciali che smantellano l’impalcatura eurocentrica del concetto di competenza, aprendo spazi per ontologie altre.

1. Smascherare il Neutro: Nominare la “Supremazia Occidentale”

Il cambiamento più dirompente si trova nel titolo stesso: l’aggiunta di “a supremazia occidentale”. Questo non è un mero dettaglio linguistico, ma un posizionamento politico radicale. La modernità capitalista si è sempre nascosta dietro il mito dell’universalità e dell’oggettività. Nominando esplicitamente la supremazia occidentale, la mappa svela che il “contesto” a cui le competenze devono adeguarsi non è uno stato di natura ineluttabile, ma un sistema storico specifico di dominio (la colonialità del potere, del sapere e dell’essere). Le competenze diventano così esplicitamente uno strumento di assimilazione a questa supremazia.

2. La Macchina Estrattiva e la Neutralizzazione del Conflitto

La parte superiore dello schema mantiene la sua validità analitica, ma acquista una nuova profondità. L'”accumulazione” e il “profitto” non sono letti solo come sfruttamento di classe, ma come estrattivismo globale. La “rinuncia alla cultura del conflitto” che ha “distrutto” le reti comunitarie è la fotografia esatta della violenza coloniale, che storicamente ha operato pacificando, frammentando e sradicando i popoli dalle loro terre e dalle loro cosmologie per trasformarli in individui isolati e “competitivi”, pronti per essere consumati sul mercato del lavoro globale.

3. Dall'”Approccio” all'”Agire”: Il Ritorno della Praxis

Un cambiamento sottile ma vitale è la sostituzione di “Approccio collettivo” con “Agire collettivo”. Da una prospettiva decoloniale, il sapere non è mai disincarnato dalla pratica. Non si tratta solo di pensare diversamente, ma di fare mondo diversamente. L’agire collettivo richiama le pratiche di resistenza comunitaria in difesa dei territori: le ronde contadine, le guardie indigene, l’agricoltura di sussistenza, le assemblee popolari. È un agire radicato e incarnato, che si oppone alla volatilità astratta del capitale.

4. Oltre l’Ismo: Il Pluriverso come Orizzonte

Il superamento concettuale definitivo avviene nel segmento inferiore della mappa. L’indicazione che l’agire collettivo “deve andare oltre” segna l’abbandono dell’Ecosocialismo (presente nella prima versione) come panacea universale. Qualsiasi modello che presuma di avere la soluzione globale – anche se tinto di verde o di rosso – perpetua una logica universalizzante di matrice europea.

La mappa ora si biforca, in una relazione dialettica magistrale, verso due concetti interdipendenti:

  • Approccio Decoloniale: Lo strumento di decostruzione. È l’azione di smantellamento delle gerarchie di razza, genere e classe imposte dall’Occidente, e la deligittimazione della sua pretesa superiorità conoscitiva.
  • Visione Pluriversale: L’orizzonte costruttivo. Come insegnano gli Zapatisti, il pluriverso è “un mondo dove contino molti mondi”. Riconosce che non esiste una singola episteme valida per tutti, ma un’ecologia di saperi (andini, indigeni, afrodiasporici, femministi del Sud).

5. “Valorizza e Richiede”: L’Interdipendenza Necessaria

La doppia freccia “valorizza e richiede” che unisce Approccio Decoloniale e Visione Pluriversale è il cuore pulsante del nuovo schema. L’uno non può esistere senza l’altra. Non ci può essere un pluriverso se prima non si decolonizza il potere egemonico che schiaccia le differenze; allo stesso tempo, la decolonialità non ha senso se non è orientata alla fioritura di una molteplicità radicale di mondi possibili, rifiutando di instaurare una nuova egemonia.

Conclusione

Questo nuovo schema non descrive più una semplice “condizione lavorativa”, ma mappa un campo di battaglia ontologico. Ci ricorda che la vera alternativa non è rendere il mercato del lavoro “più giusto”, ma disinvestire completamente dal concetto di “competenza mercificata” per tornare ai saperi situati. È uno schema che invita non solo alla riflessione, ma alla liberazione.

Questa nuova lettura esalta il cambiamento strutturale della mappa, valorizzando come i nuovi nodi concettuali non siano solo alternative economiche, ma rappresentino un completo cambio di paradigma rispetto alla visione del mondo dominante.