Il problema non è la distanza, ma l’intenzione didattica

Io ci riprovo, imperterrito. Cominciamo dal fatto che la prima importante tecnologia emancipante, per l’acculturazione a distanza, è il libro a stampa con caratteri mobili. Aggiungiamo che a scuola si fa mediazione didattica mediante relazioni umane dirette e protette. Detto questo, molti dei dibattiti di questi giorni si sgonfiano. Più importante è capire ciò che l’immagine che segue vuole riassumere, ovvero il rapporto tra scelte di “piattaforma” e intenzione didattica. Per rendere immediati il confronto e il cortocircuito concettuale i punti nodali sono evidenziati con un colore particolare.

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Mi  sembra, inoltre, che vi sia consonanza tra questa sintetica classificazione e le ampi riflessioni a proposito di sviluppo e di capitale umano del prof. Baldacci.

Una prima e parziale risposta alla domanda “Ma allora, cosa può scegliere chi vuole fare scuola dell’emancipazione sporcandosi le mani con le tecnologie digitali, che consentono di ridurre la distanza educativa determinata dalla chiusura delle scuole?” è contenuta in questa parte di una mia intervista rilasciata in tempi non emergenziali.

Come reagire di fronte a questo scenario? Quali sono gli spazi compatibili con la libertà umana nel mondo delle tecnologie digitali?

Sono certamente possibili pratiche decondizionanti, capaci di purificare almeno in parte la nostra attività digitale quotidiana dagli aspetti più acritici e meccanici dell’omologazione in nome della modernità unilaterale.

La pratica depurativa più immediata è l’uso del software free, delle applicazioni per il cui utilizzo non si pagano royalties: si scarica il programma – in genere disponibile per tutti i sistemi operativi – da Internet, e insieme ad esso anche l’autorizzazione a copiarlo e a ridistribuirlo ad altre persone. In questo modo manterremo efficienza ed efficacia e nello stesso tempo sfuggiremo almeno in parte alla supremazia commerciale e al monopolio operativo (lock-in, fidelizzazione forzata) delle grandi corporation, in particolare di Microsoft e Apple – nel secondo caso almeno sui computer, non sottoposti al monopolio dello store della casa madre come iPhone e iPad. Scegliere di usare software libero significa praticare almeno in parte il copyleft, il principio di Richard Stallman, che è critica profonda e sovversione del concetto capitalista di proprietà intellettuale perché introduce una clausola di condivisione a garanzia delle quattro libertà/gratuità del software: utilizzare, studiare, diffondere, modificare.

Anche i libri elettronici, file su cui le piattaforme di distribuzione concedono particolari licenze d’uso, ci danno qualche possibilità di depurazione. Gli eBook, infatti, possono essere codificati per un loro impiego con qualsiasi strumento elettronico, oppure con un formato proprietario, che pretenderò solo particolari lettori o applicazioni. Il distributore – è questo il caso di Amazon- non concede a soggetti terzi di realizzare e vendere lettori compatibili, ovvero di utilizzare la propria codifica, cosicché gli ebook acquistati su quella piattaforma possono essere usati solo sul lettore venduto dalla medesima. Un utente che abbia fatto una scelta proprietaria, non potrà perciò di fatto cambiare distributore, se non azzerando la propria raccolta di ebook o acquistando un altro lettore: un effetto di lock-in a cui è possibile sottrarsi e sottrarre scegliendo di acquistare e di produrre ebook in formato ePub, aperto e non proprietario.

Un’altra pratica depurativa è il ricorso ai motori di ricerca che non tracciano gli utenti, in modo da non cedere i propri dati e ricevere, a parità di parole-chiave, gli stessi risultati di ricerca siano gli stessi. Hanno queste caratteristiche, per esempio, Qwant e DuckDuckGo. Analogamente è possibile usare, anziché gli strumenti di navigazione prodotti dalle grandi corporation digitali (Edge, Safari, Chrome), i browser orientati alla privacy e alla riservatezza, che azzerano o riducono al minimo le tracce lasciate in rete: per esempio Tor, Dooble, Firefox Quantum, rilasciati per tutti i sistemi operativi più diffusi su PC, tablet e smartphone.

Con queste scelte, ci collochiamo sul fronte di un uso etico delle tecnologie digitali: chi fosse interessato può trovare altri esempi di strumenti alternativi su De-google-ify Internet, Framasoft e Wedemain.

Tra l’etico e il cognitivo si colloca la questione della cosiddetta post-verità, ovvero l’assegnazione del valore di verità (o di falsità) a una notizia sulla base della sua capacità di suscitare emozioni, a cui fornisce continuo alimento l’uso dei social-recinto e dei motori di ricerca customer care. Il consiglio di attuare fact-checking (verifica dei fatti e delle fonti) e debunking (smascheramento delle fandonie) è certamente valido e utile, ma non posso non sottolineare l’ingenuità delle visioni neo-illuministiche molto diffuse in ambiente accademico come soluzione al problema delle fake news. È infatti assolutamente illusorio pensare che predicare il ricorso a ragionevolezza e razionalità costituisca un antidoto sufficiente contro il dilagare di una forma di costruzione del consenso politico-culturale sempre più diffusa ed efficace, che consegue l’egemonia con strategie e modalità comunicative volte alla manipolazione delle coscienze e dei comportamenti. La post-verità, insomma, non è la degenerazione casuale di un processo sfuggito di mano, ma il frutto di scelte da parte di soggetti che agiscono con una volontà precisa e sfruttano a proprio vantaggio le conseguenze di ciò che mettono in moto con piena consapevolezza.

La “post-verità” appartiene comunque all’insieme dei concetti con valenza trasversale che è bene possedere e utilizzare in modo critico per sfuggire al senso comune e all’omologazione in tema di “digitale”. Depurazione ed emancipazione culturale richiedono infatti un approccio multidisciplinare e dinamico, che non può essere ridotto a sapere accademico, consolidato e pertanto già stabilizzato e indiscutibile.

Il primo concetto è l’interoperabilità: ogni dispositivo è in grado di interagire con qualsiasi altro. Per lo più attraverso la rete, ma anche mettendo in relazione diretta le diverse applicazioni: nessuno è isolato, ogni informazione può essere facilmente replicata e condivisa, salvo che a ciò vengano frapposti ostacoli tecnici legati al copyright e al lock-in. Ne consegue che, poiché ogni dispositivo, oltre ai programmi e agli archivi di file, contiene un patrimonio crescente di dati relativi all’utente, quest’ultimo deve prestare grande attenzione a privacy e riservatezza, da una parte, e alla sicurezza degli strumenti dall’altra. Leggere con attenzione le condizioni d’uso (tra cui l’imperversante cessione dei “contatti” e dei contenuti multimediali posseduti alle applicazioni installate su di un proprio dispositivo) è una precauzione imprescindibile. Lo stesso vale per l’ingresso in qualsiasi forma di servizio di rete, in particolare per i più famosi e affollati.

Ho appena usato il concetto di multimedialità, che credo di poter dare per scontato. Accanto ad esso si colloca quello di crossmedialità, ovvero la capacità di progettare efficaci migrazioni di contenuti tra una modalità comunicativa ad un’altra. Non è una novità assoluta del digitale: hanno infatti praticato crossmedialità senza possedere il termine tutti quei registi e quegli sceneggiatori che hanno realizzato film a partire da racconti e romanzi. Ciascuno di noi deve saper essere crossmediale se non come autore, almeno come fruitore di contenuti. È una forma di esercizio del senso critico: proprio perché il medium è il messaggio, un cattivo impiego del mezzo comunicativo – esempio ormai classico, il sovraccarico di effetti speciali di cui soffrono troppo spesso le slide digitali – provoca la corruzione del contenuto e della relazione comunicativa.

La crossmedialità è una delle conseguenze del fatto che gli strumenti digitali realizzano la massima convergenza dei contenuti: testi, animazioni, immagini, audiovisivi sono tutti ridotti a bit e quindi tutti gestibili sul medesimo supporto fisico e con la medesima infrastruttura di distribuzione.

Se mettiamo ancora una volta a fuoco il campo dell’istruzione, la crossmedialità e la multimodalità (il fatto che un testo archiviato in forma di bit può essere senza ulteriori interventi letto dalla sintesi vocale oppure inviato a una stampante o ad un altro dispositivo Braille) sono buone premesse per incrementare l’accessibilità della cultura. Così come la presenza via via crescente di contenuti di qualità rilasciati non secondo il modello proprietario del copyright, ma secondo quello aperto delle Creative Commons Licenses.

Se abbiamo una visione democratica e inclusiva della partecipazione culturale, possiamo impiegare in questa direzione anche alcune altre caratteristiche del sapere collocato su supporto digitale. Sto parlando della flessibilità, che conferisce al testo una plasticità e un tasso di manipolabilità e adattamento sconosciuti quando esso risiedeva su supporti rigidi (dalla pietra all’argilla, fino alla carta) e della sintassi ipertestuale, che consente di connettere tra di loro nodi residenti in punti diversi della rete, costruendo e mediando senso e percorsi di conoscenza.

Ultima, ma non meno importante, la possibilità di condividere dati sui depositi residenti sul cloud. Coerentemente con l’impostazione generale di queste note, suggerisco di rivolgersi a servizi alternativi rispetto a quelli più noti, con particolare attenzione alla riservatezza e alla sicurezza dei contenuti.

2 commenti

  1. […] Anche – se non soprattutto – per questo non vi è in Italia (a differenza di altri Paesi) un solido pensiero divergente che non sia solo distruttivo, fatta salva la breve stagione delle tecnologie “tattiche”. Forse, in questi giorni abbiamo invece l’occasione di riflettere se non di batterci per costruire pezzi di controegemonia. […]

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