Controesempi – 9

L’enciclica di Bruschi è davvero un punto di non ritorno, un provvedimento divisivo. Tanto da aver mosso i sindacati a chiederne immediamente il ritiro, con conseguente facile e fragorosa contrapposizione, in un documento la cui stessa diffusione e la venatura polemica ne mettono in discussione le premesse (silenzio operoso e concorde, condanna della retorica), con un po’ di confusione tra Stato, Nazione e Repubblica.

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Riprende infatti il tono informale della collega Boda e, allo stesso modo, non riesce a non cadere nella retorica della solidarietà, della “scuola buona”, che si sforza di seguire la propria vocazione costituzionale, per altro riscoperta per l’occasione.

Così come non riesce ad evitare di confondere novità e innovazione, nella trasversale convinzione che sottolineare questo aspetto abbia valenza motivazionale.

Il capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione non riesce nemmeno a sfuggire alla tentazione dell’autoelogio dell’operato del ministero e dei suoi partner in questi giorni di emergenza, confermando l’opinione di chi – come me – ha promosso un appello per un monitoraggio indipendente del percorso e degli esiti della “scuola a distanza”, immune da potenziali conflitti di interesse e profezie auto-avverantisi.

Se è vero che l’alto dirigente ammette che “nulla può sostituire appieno ciò che avviene, (sic!) in presenza, in una classe”, egli infatti si lancia in affermazioni non circostanziate, come quando sostiene che “la didattica a distanza può essere anche l’occasione per interventi sulle criticità più diffuse” o fondate probabilmente sul sentito dire, come il sostenere che gli alunni con piani didattici personalizzati “già hanno di solito (sic!) dimestichezza” con la “strumentazione tecnologica”.

È facile prevedere che le indicazioni in merito alla – ovvia, ma vissuta come imposizione ostile se richiamata in modo paternalistico – necessità di coordinamento collegiale e di rimodulazione della progettazione didattica, così come quelle sulla valutazione, susciteranno un’ondata di critiche, tra cui quelle di chi sosterrà che mancano le condizioni e le strumentazioni e quelle di chi – vivendo una relazione di totale sfiducia negli adolescenti – concepisce il voto come potere di premio/punizione.

Molti insegnanti di sostegno, al solito, sconteranno l’irrisolta questione del loro ruolo, tra delega assoluta e azione davvero collegiale.

Devo ancora mettere in evidenza che – triste tradizione! – quando il Superiore Ministero si spinge nel merito dei metodi didattici perde un’occasione di tacere. Accanto a un must, il classico ridurre tutte le rappresentazioni grafiche della conoscenza a supporto dell’apprendimento a “mappe concettuali”, troviamo infatti la confusione tra “classe” (modo di organizzare gli alunni in insiemi riconoscibili e ad accesso riservato su piattaforme) e “aula”  (modo di organizzare la comunicazione, le “lezioni”) virtuale.

Tra il grottesco e l’iniziatico, infine, il delineare “l’interazione su sistemi e app interattive educative propriamente digitali”.

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