Il riferimento è a una delle più pericolose implicazioni di un’interpretazione apolitica della media-education, in particolare quando si tratti di iniziative rivolte alle famiglie, e quindi – per definizione – alla sfera del privato.
La messa a carico dei singoli individui della complessità del rapporto con i dispositivi digitali, anche se supportata da percorsi di formazione realizzati a scuola o presso altre istituzioni, è infatti conseguente e congruente con la resistenza dei grandi player a ogni forma di regolamentazione.
Lo Stato e la sfera pubblica si scaricano di fatto delle proprie responsabilità sociali e politiche, trasferendo il problema al “capitale” delle competenze individuali e, di conseguenza, avallando la situazione in atto – ovvero la colonizzazione ipercapitalistica – come il solo scenario possibile, in pieno assoggettamento culturale neo-liberista.