Migranti non presenziali

Casilli (2020) sviluppa questo interessantissimo e lucido ragionamento

“Lo sviluppo delle piattaforme digitali ha coinciso con la crisi del debito e la crisi finanziaria della fine degli anni duemila (…) L’aumento globale del numero di cittadini attivi, dovuto principalmente alla crescita demografica e alla transizione di molti paesi verso l’economia di mercato, ha permesso la progressiva integrazione dei paesi emergenti nelle catene del valore globale.    Nel settore digitale (…) le multinazionali hanno risposto alla crescita dell’offerta di lavoro con una crescente pressione sui salari, mettendo i lavoratori in concorrenza. Tuttavia ogni tentativo di abbassare il prezzo del lavoro attraverso la delocalizzazione si scontra con politiche di fiscalità dissuasive e con costi degli investimenti necessari per l’apertura di stabilimenti in nuovi paesi, mentre le soluzioni che prevedono l’importazione di lavoratori stranieri iniziano a essere minacciate da politiche migratorie sempre più rigide.

La piattaformizzazione (…) [ha prodotto] una circolazione “virtuale” della manodopera (…) Nell’economia delle piattaforme, l’offerta di lavoro è (…) geograficamente dispersa e distribuita lungo catene logistiche digitali in continua riconfigurazione.  Dalla vecchia importazione di manodopera praticata nei secoli passati si passa oggi a trasferimenti non presenz ia li di popolaz io ni , grazie alla mediazione di servizi d’intermediazione digitale che operano come “sistemi tecnologici d’immigrazione”.   (…) Lungi dall’addolcire la durezza delle politiche migratorie dei paesi americani ed europei nei confronti della manodopera immigrata, il digital labor gioca un ruolo perverso di facilitatore dello sfruttamento a distanza. Nella logica delle piattaforme, è inutile rilocalizzare i lavoratori per far loro produrre valore a basso prezzo: con il pretesto dell’automazione, il subappalto al ribasso e la delega di micromansioni permettono di accedere a una forza-lavoro straordinariamente segmentata. Questa pressione concorrenziale si esercita sia sui fornitori di digital labor sia sui lavoratori formalmente impiegati, al Nord come al Sud, e contribuisce alla tendenziale riduzione della quota dei salari nel reddito globale.

Ridotto a puro flusso di dati, il digital labor appare quindi come un lavoro deterritorializzato, dissimulato e affrancato dalle regolamentazioni nazionali. I lavoratori del clic (…) sono sia privati dei diritti che la cittadinanza in un dato paese conferisce sia considerati esterni alla forza-lavoro”.

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