Sciopero 4.0

Rileva Into the black box come:

Negli ultimi anni le catene del valore globali hanno visto l’ascesa di una nuova forza lavoro che si è imposta al centro della scena: i lavoratori della logistica. Dal 2008 ha avuto luogo una serie sorprendente di scioperi nel settore della logistica. Dal principale terminal container europeo Maasvlakte 2, situato a Rotterdam e gestito da Maersk (la più grande società di commercio marittimo del mondo) al porto di Los Angeles/Long Beach, da Hong Kong a Vancouver, da Newcastle (Australia – il più grande terminal del carbone del mondo) ai magazzini dell’Amazzonia in Germania e in Italia nella Pianura Padana e altrove. Molti grandi hub logistici mondiali sono stati segnati da conflitti negli ultimi anni, nonostante la mancanza di coordinamento, mostrando una chiara dimensione globale del fenomeno degli addetti alla logistica in sciopero. E anche in questi giorni, se guardiamo per esempio alla rivolta del Cile, abbiamo visto la Unión Portuaria de Chile entrare in sciopero a Valparaiso e altrove, seguita da una dichiarazione dell’International Dockworker Council (che riunisce 93 sindacati e 120.000 portuali in tutto il mondo) che minaccia di bloccare tutti i container provenienti dalle banchine cilene.
La dimensione circolatoria è stata presa di mira anche dal movimento dei gilet jaune, che da quasi un anno sta facendo leva sul blocco delle principali rotte di traffico e delle rotatorie (e, ovviamente, non solo queste) in tutta la Francia.
Anche nella dimensione urbana (e questo è il secondo caso) gli scioperi e i blocchi della cosiddetta “nuova logistica metropolitana” si stanno diffondendo in tutto il mondo. La categoria più visibile di questo fenomeno è quella dei cosiddetti riders. Guardando all’Europa, ad esempio, da Madrid e Barcellona a Londra, Birmingham o Manchester, da Milano, Bologna e Torino a Berlino, Bruxelles e Amsterdam: quasi ovunque i lavoratori di piattaforme come Deliveroo, Foodora, JustEat o Glovo hanno scioperato per protestare contro l’alto grado di sfruttamento che devono affrontare lavorando con le piattaforme. Infatti, se si assume che la precarizzazione e l’atomizzazione siano due caratteristiche che pervadono ampiamente la dimensione contemporanea del lavoro almeno dagli anni Novanta, sotto il capitalismo delle piattaforme questa tendenza sembra accelerata ed esasperata in quanto la maggior parte dei lavoratori delle piattaforme non è considerata né dipendente né “autonoma”, bensì parte di una diffusa “economia dei lavoretti”. E in fondo non si tratta di una questione che riguarda i fattorini. Parlando di “nuova logistica metropolitana” potremmo ricordare la serie di scioperi degli autisti Uber avvenuti a Los Angeles (California) all’inizio del 2019, a Nairobi (Kenya) nel luglio scorso o a Kochi (India) nel 2018: ovunque i “bassi salari e le cattive condizioni di lavoro” che devono affrontare sono talmente evidenti così da spingerli a protestare.

Considerati nel loro insieme, questi scioperi logistici (intesi in un’accezione larga) ci sembrano avere almeno due caratteristiche comuni.
La prima – abbastanza ovvia – è che operano all’interno della dimensione circolatoria del capitalismo. Sebbene il settore della produzione rappresenti ancora il protagonista principale del lavoro su scala mondiale, abbiamo visto una riduzione proporzionale degli scioperi nei luoghi di produzione a favore di un aumento delle azioni finalizzate a bloccare i flussi di merci (e naturalmente, gli scioperi dei magazzini dell’Amazzonia ne fanno parte). Il “tempo di circolazione” – per usare il vocabolario di Marx – è il punto in cui la maggior parte dei lavoratori agisce per massimizzare la propria voce e la propria azione, colpendo quello che sembra essere il “punto debole” del capitalismo.
La seconda caratteristica che accomuna questi due tipi di scioperi è la centralità delle nuove tecnologie. Da un lato gli algoritmi che governano le app organizzano il lavoro in modo quasi automatico, controllando il lavoratore in quasi ogni momento del suo tempo di lavoro rispondendo a una sorta di “sogno taylorista”. Può essere utile sottolineare che tale potere algoritmico sta minacciando anche il ruolo dei manager, che sono sostanzialmente quasi completamente bypassati dalla potenza di calcolo del nuovo dispositivo. D’altra parte, è importante sottolineare che anche gli operai a loro volta hanno usato la tecnologia in modo insolito. In molti scioperi avvenuti negli ultimi anni soprattutto tra i lavoratori di piattaforma si è registrato un ampio uso di strumenti tecnologici (sia di hardware come gli smartphone, che di software c0me Facebook, WhatsApp, YouTube ecc.) per organizzare la protesta o per diffonderla. Ci sono casi come quello dei rider londinesi delle consegne pasti che hanno fatto ampio uso di WhatsApp per conoscersi e organizzare le proteste, o altri casi in cui i gruppi di Facebook vengono utilizzati per organizzare incontri e così via.

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