Spiazzamento del lavoro

Aloisi e De Stefano ci guidano a:

“esaminare gli effetti dei processi di automazione e digitalizzazione sui “lavori che restano”, quelli cioè che non sono spazzati via dalla portentosa quarta rivoluzione industriale, ma che pure – in forme varie e difficilmente riconducibili a sintesi – sono spiazzati dalla trasformazione. In pratica, la quasi totalità delle occupazioni oggi esistenti.

Chi lavora da più di vent’anni ha sperimentato sulla propria pelle la detonazione generata dall’innesco di internet e digitale in azienda, gli esordienti hanno senz’altro metabolizzato più in fretta l’innesto tecnologico – spesso contribuendo direttamente alla diffusione o all’adozione di nuovi modelli a trazione informatica – e sono già pronti (o rassegnati) a scommettere su una carriera “irrequieta”, assistita da strumenti iperconnessi. (…) L’allungamento progressivo della vita lavorativa, infatti, fa sì che più generazioni convivano nello stesso ufficio o nella stessa fabbrica, dai nuovi assunti fino a coloro che vedono avvicinarsi il pensionamento. Pur nella diversità di attitudini in fatto di strutture verticistiche, condivisione di informazioni e predisposizione all’utilizzo di sistemi tecnologici, tutti sono chiamati a confrontarsi direttamente con l’innovazione e con modi alternativi di rendere la prestazione lavorativa, in una società che (…) si è via via trasformata da industriale a industriosa, da operaia a operosa.
D’altra parte, gli studiosi ritengono che solo alcune mansioni (quelle più monotone, meccaniche e prevedibili) potranno essere completamente robotizzate.

Bisogna però tenere a mente che alla base della scelta imprenditoriale di automatizzare vi è un calcolo in cui entrano in gioco tre elementi principali: fattibilità tecnica, sostenibilità economica e convenienza delle alternative. (…). Val la pena ribadire che ogni previsione sulla “automabilità” di un lavoro deve fare i conti con alcuni fattori spesso trascurati dagli analisti e dai decisori pubblici.

Primo fra tutti, il contenuto oggettivo delle prestazioni, inteso come concentrato di qualità, professionalità, complessità. In questa valutazione entrano in gioco anche le condizioni fattuali, normative e contrattuali che definiscono le sembianze delle prestazioni stesse, contribuendo a determinarne il valore.

Che vuol dire? Significa che, prima di procedere alla sostituzione di un dipendente con una macchina (più o meno) intelligente, o – più plausibilmente – prima di riorganizzare un processo mettendo al centro un agente meccanico o digitale, un imprenditore valuterà lo stato dell’arte della tecnica e, dunque, l’effettiva prestanza del candidato robot, prenderà poi in considerazione il costo e il ritorno di un siffatto investimento in macchinari e software, ma soprattutto si premurerà di esplorare le opzioni nel caso in cui tale operazione risulti particolarmente onerosa.

Ne consegue che, per analizzare in profondità i processi tipici della seconda età delle macchine, è fondamentale concentrare lo sguardo sull’interazione tra atomi e bit, da un lato, e condizioni del rapporto di lavoro, dall’altro.
Lo scorso anno, il «New York Times» ha ospitato una serie di novelle distopiche in forma di editoriali «scritti dal futuro».

In uno di questi esercizi di fantascienza e futurologia, Brian Merchant ha provato a descrivere un centro di stoccaggio Amazon «totalmente robotizzato» e «a operai zero»“.

Sempre Merchant conia l’espressione “Amazonificazione del pianeta“.

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