Big Science

Florio ci invita a riflettere sul fatto che:

(…) l’organizzazione ed i finanziamenti della produzione di conoscenza alla scala attuale è essenzialmente un fenomeno che decolla in modo iniziale con la Prima guerra mondiale, si afferma alla fine della Seconda guerra e prende (…) il volo con la Guerra fredda: la scienza diventa Big Science con la corsa alle armi nucleari e ai loro vettori, con i sistemi radar, i computer, i satelliti, le missioni spaziali, la ricerca biomedica pubblica. Il numero di scienziati e di ricercatori cresce a dismisura. Con le dimensioni cresce anche la fiducia degli scienziati nell’utilità sociale del loro lavoro. Soprattutto in Europa si affermano comunità sovranazionali, in grado di convincere i governi a finanziare agende di ricerca sganciate dall’apparato militare-industriale.
(…) La scienza non deve più giustificarsi (esclusivamente) per ragioni militari e di missioni strategiche nazionali. Può orgogliosamente rivendicare di essere fine a sé stessa. L’utilità sociale della produzione di scienza si basa sulla constatazione che prima o poi l’umanità saprà che cosa farsene del lavoro degli scienziati, anche se si occupano degli oggetti più strani: particelle elementari dalla vita estremamente effimera e non più esistenti in natura da miliardi di anni, onde gravitazionali e buchi neri in galassie distanti anni luce da noi, genomi di specie estinte da ere geologiche e molto altro. La pretesa che da tutto ciò possa “prima o poi” venirne una utilità sociale è un dogma largamente condiviso dagli scienziati. (…) la co-evoluzione della produzione di scienza come bene pubblico e la creazione di oligopoli basati sulla appropriazione privata della conoscenza. [Accade però che] cittadini finanziano con le imposte (…) la ricerca scientifica e tecnologica, vengono continuamente fatte scoperte e inventati nuovi linguaggi, nuovi metodi, formulate nuove ipotesi. È un’immensa macchina di produzione di conoscenza che ha una sua autonomia, sue regole, e (…) si è data anche un’organizzazione propria.
Ogni anno sono prodotti milioni di articoli pubblicati in decine di migliaia di riviste scientifiche. Per ogni singola pubblicazione vi sono pre-print, conferenze, centinaia o migliaia di scambi di messaggi online fra gruppi di ricerca, videochiamate e conversazioni nelle caffetterie dei laboratori. Tutto questo flusso di idee e dati prende due strade: la principale riporta all’interno della comunità scientifica e si traduce in reputazione, carriere, riconoscimenti e frustrazioni, come per qualunque altra comunità; l’altra strada porta queste conoscenze altrove, nelle imprese dove le idee sono setacciate con filtri più o meno efficaci e selettivamente incorporate in decisioni di investimento. Le idee importanti che nascono interamente all’interno delle imprese sono oggi forse l’eccezione più che la regola. Il flusso di persone e idee dal mondo della scienza verso le imprese (…) è incessante. Le imprese si abbeverano da questo flusso direttamente o attraverso le innovazioni che osservano in altre imprese che lo hanno fatto. Filtrano una idea su diecimila e creano un progetto.

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