(alcune) Alternative comunitarie alle piattaforme a vocazione capitalistica

Il collettivo Ippolita fa presente che:

(…) le alternative comunitarie esistono. In Italia abbiamo alcune esperienze di eccellenza che occorre conoscere e invitare alla contaminazione queer, femminista e decoloniale. Dal 2001, la comunità di A/I (che sta per autistici.org / inventati.org) lavora sui temi dei diritti digitali da una prospettiva critica e per un’autodifesa digitale individuale e collettiva, offre molti servizi utili a sostituire quelli commerciali e opera sempre nel massimo rispetto della privacy (…). Ogni anno, dal 1998, si tiene l’hackmeeting, il raduno delle controculture informatiche italiane, nel corso del quale vengono presentati anche nuovi gruppi e servizi, come cisti.org, un server autogestito di Torino che si è fatto notare durante la quarantena per il Covid-19. Ma ce ne sono anche altri, quali indivia.net di Bologna e tracciabi.li di Brescia. Insomma, l’invito è a essere curiosi e cercare un modo diverso per vivere la tecnologia, possibilmente in senso ecologico. (…).
L’hacking, il metodo in cui si approccia alla tecnologia modificandola in senso creativo e non conforme alle regole, non è inquadrabile in percorsi di studio ufficiali e titoli di studio riconosciuti. Nelle comunità di hacker si impara attraverso l’autoformazione e la condivisione delle competenze. Non è un caso che questi metodi siano stati sussunti per dare vita all’aberrazione chiamata sharing economy (economia collaborativa). Si tratta di modalità di apprendimento per lo più destrutturate e basate su contesti di affinità, quindi estremamente liquide e adattive, che hanno a che fare con il tempo improduttivo e libero dell’ozio. Questo tipo di apprendimento è estremamente efficace, dimostra come l’inoperosità possa coincidere con la liberazione di energia creativa. Tale tratto anti-autoritario dell’hacking permette una disattivazione dei dispositivi di potere aprendoli a un “nuovo uso” che non era stato previsto: un uso artistico o politico che non risponde necessariamente a una logica strumentale o di vantaggio. Imparare significa “impoterarsi”, sviluppare potentia, certo, ma anche potestas, cioè comprendere la possibilità di esercitare dominio sugli altri e la responsabilità che ne deriva. Il sapere è potere. Questo momento etico, che è molto netto nell’ambito informatico, può avere una sua fioritura politica se messo in relazione a una diversa idea di giustizia sociale che diserti il privilegio maschile e bianco.

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