Alla direttrice della rivista Insegnare
“Letto l’editoriale, ho deciso di cessare ogni collaborazione con la rivista.
I contenuti del ragionamento sul PNRR (della cui forma e sostanza tecno-liberista sono assolutamente oppositore) mi hanno infatti convinto che NON siamo sopravvissuti al 2.0.
Sostenere che sia possibile una risemantizzazione del concetto di innovazione, focus della cultura delle disruption e quindi della competizione, è un modo per cercare – al solito, per altro – un punto di incontro con il lessico e l’approccio mainstream, per recitare la parte di chi partecipa alla governance. Innovazione e lemmi derivati andrebbero cancellati dal linguaggio e dall’immaginario di una pedagogia che volesse costruire alternative ai modelli praticati nella scuola attuale, subordinata al comando capitalistico, tesa a imporre sempre più competenze adattive. Ci vorrebbero formulazioni come “rinnovamento nella direzione dell’equità”, “emancipazione dal modello socio-economico, verso l’equilibrio con il resto della natura” e così via.
Del resto – al solito – è del tutto ignorato il fatto che l’istruzione (III grado compreso) è da tempo (ben prima del covid) dominata dai dispositivi digitali della logistica estrattiva di valore e che, per contro, esiste un panorama di dispositivi che hanno invece vocazione conviviale, cooperativa, mutualistica, federativa. Facendo di tutta l’erba un unico fascio e cadendo di nuovo in una semantica del tutto subalterna, quella del sapere-potere, che racconta che è possibile liberare le persone con “tecnologie” finalizzate alla sorveglianza e alla messa a profitto delle vite e delle relazioni.
Significativo, infine, l’uso del termine “strumentario”, contemporaneamente superficiale e illusorio.
Uno strumento si caratterizza per ergonomia, ma soprattutto per complementarità passiva. Gli artefatti a cui ti riferisci sono invece (mega)macchine, dispositivi: hanno potere causale sul contesto e sui soggetti coinvolti, e – soprattutto – complementarità attiva. Determinano infatti condizioni, vincoli, modalità processuali, sussumono parte dell’attività, espropriano lavoro vivo, sostituiscono, sviliscono e così via. Implicano monitoraggio, feedback, regolazione e così via. Ingenuo pensare che insegnanti, dirigenti e altro personale della scuola possano avere il controllo di una situazione di questo tipo senza la costruzione di una cultura antagonista, che non persegua il pensiero critico delle anime belle, ma assuma intenzionalmente e esplicitamente un posizionamento critico verso il modello socio-economico a cui l’istruzione risponde. Che ha matrice e implicazioni politiche.
E non mi sembrano queste le intenzioni, date le premesse appena poste.
Buon lavoro comunque.” – 9 settembre 2023