Mi è capitato di visitare la mostra “Palermo, mon amour“. Nel materiali di presentazione si parla della fotografia come elemento di scompiglio delle situazioni sociali a cui gli scatti partecipano e di deflagrazione come scoppio illuminante, non solo in riferimento al capoluogo della Regione Sicilia.
Di per sé anche la risemantizzazione emancipante, a cui questo blog vuole contribuire, potrebbe e dovrebbe andare in questa direzione, perché:
- mette in discussione la sovrapposizione tra progresso equo e digitalizzazione disruptiva;
- afferma invece che l’innovazione digitale è un elemento costitutivo della mentalità tecno-liberista, della subordinazione al capitalismo cibernetico nelle sue forme operative, culturali, cognitive – e quindi relative all’istruzione -, oltre che socio-economiche;
- denuncia l’uso obnubilante della definizione di strumento a proposito di ciò che è dispositivo;
- riflette sul conflitto di interessi della self epistemology (concetti, lessico, pratiche della media education all’italiana), che ha costruito un campo interdisciplinare foriero di posizionamenti accademici;
- invita all’impiego dei dispositivi digitali a matrice e intenzione conviviale;
- nega, di conseguenza, tre equazioni deterministiche:
- [multimedialità=garanzia di approccio UDL]
- [impiego delle tecnologie digitali=rinnovamento metodologico inclusivo]
- [attenzione critica=conservatorismo didattico e formativo]
Ma questo non accade.
Concetti privi di significato autentico (“il digitale”, “didattica digitale”, “didattica innovativa”) o storicamente ridicoli e grotteschi (“le tecnologie” riferito solo a ciò che è in rapporto con in bit), tipici della prospettiva sensazionalista dei media, del linguaggio trivializzato di gran parte delle istituzioni, che lo hanno mutuato dal marketing aziendale, e dei soggetti che offrono formazione, sono troppo radicati nell’immaginario collettivo condiviso.
Un po’ di stupore, qualche volta livore, spesso fastidio sono infatti le reazioni ordinarie a una breve percezione di attrito rispetto ai dogmi rassicurantemente condivisi e di conseguenza non individuabili come tali e ai quali si è – anzi – inesorabilmente fidelizzati.