Eugeni descrive un nuovo regime epistemico:
(…) gli algoritmi non solo riprendono (…) la consapevolezza che quanto viene visualizzato deriva da una trascrizione automatica del mondo materiale; essi introducono altresì l’idea che la costruzione dei data cube utilizza e combina in un’unica rappresentazione differenti fonti di dati: l’algoritmo supera quindi la parzialità prospettica della fotografia, del cinema e della televisione, e viene vissuto come la visualizzazione parziale o graduale di una rappresentazione computazionale completa del mondo: non a caso abbiamo visto agire molto spesso nella costituzione dei data cube operazioni di combinazione di differenti data set (…) Gli algoritmi riprendono e potenziano dunque le tendenze che, provenendo da strati più profondi della cultura visuale occidentale, improntavano la produzione e l’utilizzo delle tecno-immagini moderne (fotografia, cinema, televisione). E lo fanno sia sul versante della loro costituzione (il farsi immagine del mondo) che su quello della loro esibizione (il farsi mondo dell’immagine). Ma (…) gli algoritmi fanno di più: essi estendono le procedure di controllo, ordinamento e appropriazione del mondo posto di fronte allo spettatore, al mondo di cui lo spettatore stesso fa parte. Ne deriva una trasformazione decisiva: nel momento in cui i sensori di rilevazione e di cattura captano al tempo stesso un mondo osservabile e i movimenti – spostamenti del loro osservatore, il sistema di osservazione e quello osservato vengono ridotti a un unico sistema. Lo spettatore può in tal modo operare nell’immagine e con l’immagine, ma anche gli algoritmi possano operare su e con i loro spettatori. Ne risulta che costituzione ed esibizione degli algoritmi sono perfettamente integrati; essi rappresentano per così dire le due facce di un unico nastro di Moebius: nel momento in cui il mondo viene trasformato in data set e data cube, questi vengono visualizzati nel mondo; e lo spettatore che li sta visualizzando ne diviene automaticamente parte integrante. [R. Eugeni, “Capitale algoritmico. Cinque dispositivi postmediali (più uno)”]