Frediani riporta un’opinione molto diffusa
studiosi di diversa natura riconoscono come il termine AI sia vago e ambiguo fin dalla sua nascita. Alcuni di questi, come Yarden Katz, professore al Department of American Culture and Digital Studies Institute della University of Michigan, ritengono addirittura questa vaghezza e ambiguità funzionali a un uso ideologico di tale tecnologia. Ovvero, la nebulosità del concetto permette di reinterpretarlo continuamente sulla base di determinati interessi (che si tratti di aziende che promettano nuovi mercati agli investitori, di Stati che vogliano rafforzare la sorveglianza o di apparati militari che cerchino di legittimare armi “intelligenti”). (C. Frediani, “L’AI non è un Paese per pochi”, in “Generazione AI. Una monografia sull’intelligenza artificiale“)
Questo approccio, in realtà,è valido in realtà per la gran parte dei lemmi e delle concettualizzazioni associati ai dispositivi digitali, nella quotidianità e nella teoria; la vaghezza delle parole-ombrello è anzi una delle caratteristiche fondamentali del pensiero critico innocuo, l’obiettivo non dichiarato – ma evidente – della gran parte delle iniziative dell’accademia e delle istituzioni mainstream, ma anche di coloro che si ritengono fieri oppositori della cultura egemonica.
Del resto, è generalizzabile alla gran parte dei dispositivi anche la considerazione successiva di Frediani:
Ciò premesso, le basi di questa tecnologia (estremamente materiale, radicata nello sfruttamento di risorse, energia, dati e forza lavoro umana come sviscerato più volte da Kate Crawford, professoressa, ricercatrice e autrice del libro Atlas of AI) sono al momento concentrate in un manipolo di grandi aziende, Stati e aree geografiche. (…) [Inoltre,] l’ampia distribuzione di una tecnologia digitale non implica automaticamente un’equa distribuzione dell’innovazione, della creazione di posti di lavoro e della leadership esecutiva. (ibidem)

Diventa assolutamente necessario comprendere invece i risvolti etici, giurisdizionali, economici, sociali e politici di uno sviluppo delle AI affidato di fatto solo a Big Tech:
l’IA è stata rinominata per supportare una varietà di visioni e progetti capitalisti. L’improvvisa ricomparsa dell’IA ha temporaneamente distolto l’attenzione dai sistemi di sorveglianza di massa abilitati da aziende come Google e Microsoft. L’etichetta “AI” ha rinfrescato la visione neoliberista di queste aziende della governance mondiale, che si basa sulla raccolta centralizzata dei dati. E nelle mani dell’industria flessibile ed esperta che queste aziende hanno contribuito a costruire, la nebulosità dell’IA è diventata un complemento per le politiche neoliberiste riguardanti il lavoro, l’istruzione e la scienza. Ma a differenza delle precedenti iterazioni, l’IA rinominata è diventata parte di discorsi apparentemente progressisti, che circondano una serie di iniziative accademiche aziendali. Mentre queste iniziative fanno riferimento all'”etica” o alla “giustizia sociale”, in realtà sanciscono progetti di lunga data di accumulazione ed espropriazione della terra che le università e i loro alleati aziendali perseguono. Cioè, il nuovo rebranding progressivo dell’IA non è un vero e proprio allontanamento dalle radici imperiali del settore, ma piuttosto un adattamento alle mutevoli sensibilità politiche. (…) Come prodotto di un mondo bianco elitario, quindi, l’intelligenza artificiale è diventata isomorfa all’ideologia bianca: un’impresa nebulosa e dinamica per eccellenza, i cui flussi e riflussi sono animati da miri capitalistici e imperiali. Le pratiche con cui la nebulosità dell’IA è stata messa al servizio di questi obiettivi sono più determinanti dell’impresa che qualsiasi caratterizzazione tecnica basata sui sistemi informatici e sui loro stili epistemici.
Quindi l’IA mancava di una base coerente nello stesso modo in cui le categorie razziali (come la “bianchezza”) lo hanno sempre fatto. Ma come per la bianchezza, il carattere nebuloso e mutevole dell’IA l’ha aiutata a servire progetti tangibili e distruttivi, dall’espropriazione e dall’accumulo di terra all’incarcerazione di massa. E come per la bianchezza, le premesse dell’IA e le sue basi incoerenti sono praticamente invisibili a coloro che ne traggono profitto.Come prodotto di un mondo bianco elitario, quindi, l’intelligenza artificiale è diventata isomorfa all’ideologia bianca: un’impresa nebulosa e dinamica per eccellenza, i cui flussi e riflussi sono animati da miri capitalistici e imperiali. Le pratiche con cui la nebulosità dell’IA è stata messa al servizio di questi obiettivi sono più determinanti dell’impresa che qualsiasi caratterizzazione tecnica basata sui sistemi informatici e sui loro stili epistemici. Quindi l’IA mancava di una base coerente nello stesso modo in cui le categorie razziali (come la “bianchezza”) lo hanno sempre fatto. Ma come per la bianchezza, il carattere nebuloso e mutevole dell’IA l’ha aiutata a servire progetti tangibili e distruttivi, dall’espropriazione e dall’accumulo di terra all’incarcerazione di massa. E come per la bianchezza, le premesse dell’IA e le sue basi incoerenti sono praticamente invisibili a coloro che ne traggono profitto. (Y. Katz, “Artificial Whiteness. Politics and Ideology in Artificial Intelligence” – traduzione in proprio)
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