Tribalismo come prolungamento dell’affermazione di Sé; identità oppositive

Serughetti riflette sul fatto che:

Il bisogno di comunità può assumere (…) configurazioni degenerative e distruttive quando induce «forme di chiusura autoreferenziale e immunitaria e di esclusione dell’altro da sé che generano violenza e radicalizzano il conflitto». Negli ultimi decenni, in particolare il tribalismo delle appartenenze declinate in chiave «etnica» e religiosa ha dispiegato gli effetti più letali nei conflitti etnonazionalistici, nella violenza genocidiaria, nel terrorismo fondamentalista. Ma ha alimentato forme di comunitarismo escludente anche all’interno delle democrazie avanzate, ispirando l’azione di leader e partiti della destra radicale populista, che hanno fatto della difesa dei confini contro gli stranieri, e delle prerogative delle maggioranze nazionali o razziali contro le minoranze, il cuore della loro proposta politica. (…) «Identità» è la parola che segna, più di ogni altra, il bisogno contemporaneo di distinguere e difendere un «noi» dalla minaccia di un «loro». (…) . Il problema nasce dalla tendenza a ripartire il mondo secondo un criterio unico di classificazione, misconoscendo la pluralità delle appartenenze simultanee, il loro intreccio, la refrattarietà alle divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili. (…) Ciò che è importante evidenziare è il fatto che le forme attuali di comunitarismo, lungi dall’essere solo un ritorno a forme di aggregazione pre-moderne, rappresentano in gran parte un effetto dell’eclissi dell’idea di società generata dal dominio della visione del mondo neoliberista. In particolare, dell’enfasi sull’individuo, sulla sua separatezza dal corpo sociale, sulla sua vocazione alla realizzazione personale. Come tali, non esprimono solo un contraccolpo, un backlash, contro i processi disgregativi della globalizzazione e della razionalità neoliberista, ma anche un prolungamento delle stesse aspirazioni all’affermazione di sé prodotte dall’individualizzazione delle vite e dalla perdita del riferimento a un mondo comune. (…) Nel discorso populista, i «nemici» del «popolo» – le élite del mondo di sopra, ma anche i movimenti progressisti, gli stranieri, le minoranze etniche, sessuali, di genere – sono tali non tanto perché trascurano, offendono o minacciano le identità nazionali, etnico-razziali o sessuali maggioritarie, ma soprattutto perché minacciano di privare il singolo del suo posto nel mondo e della sua autostima. Le appartenenze di gruppo fungono così piuttosto da veicoli di rivendicazioni individuali, che da agenti sovraindividuali capaci di sostituirsi alle singolarità. [Anche] il fascino o l’ossessione per l’identità che ha colpito l’universo progressista [statunitense] (…) è frutto di un’abdicazione a più ampi compiti di trasformazione sociale in chiave collettiva, di un cedimento di fronte all’aggressivo individualismo dell’era rea­ganiana. (…= In questo quadro, la prospettiva del «noi» sembra destinata a resistere solo in chiave contrappositiva, nella dialettica di «noi» e «loro» che caratterizza la costruzione e il rafforzamento delle identità collettive. Quando il conflitto politico si struttura non intorno a ciò che le persone pensano e desiderano, bensì intorno a ciò che ognuno e ognuna «è», il riconoscimento reciproco come membri di uno stesso gruppo sociale e la necessità di differenziarsi da altri gruppi procedono di pari passo. (G. Serughetti, “La società esiste”)