Peterlongo precisa:
l’informalità (e l’informalizzazione) non deve essere un concetto teso a tracciare un confine tra due settori economici distinti, quello formale e quello informale, ma deve indicare piuttosto un processo ampio, sfumato ed eterogeneo che oggi sembra trovare una inedita simbiosi con l’espandersi della digitalizzazione nel mondo del lavoro. Il digital labour, infatti, ha a prima vista un carattere fortemente informale. Che si tratti di piattaforme di micro-work svolto online, di piattaforme digitali di servizi on-demand in contesti urbani, o del lavoro digitale professionale in ambito, ad esempio, creativo e editoriale, il tipo di impiego offerto dalle aziende pur essendo in qualche modo contrattualizzato è pressocché sempre di carattere informale, ovvero saltuario, intermittente, gratuito, pagato a progetto o a cottimo, tanto nella forma quanto nella natura della prestazione. Pertanto, la digitalizzazione del lavoro sembra portare a esiti ambigui nel lavoro di piattaforma, dal momento che simultaneamente favorisce un’apparente formalizzazione delle occupazioni, ma allo stesso tempo promuove de facto un’informalizzazione del lavoro. Infatti, dal punto di vista dell’analisi dei mercati del lavoro (…), si assiste a una peculiare contraddizione: se da un lato il lavoro informale delle metropoli viene teoricamente formalizzato con le piattaforme digitali di intermediazione, dall’altro lato tale tipo di occupazione rimane del tutto insicura e vulnerabile, quindi senza apparentemente acquisire vantaggi dalla formalizzazione. Questa considerazione rileva più che una contraddizione una caratteristica fondamentale del rapporto tra formale e informale (…=, [ossia] un complesso fluido e senza confini delle pratiche di lavoro (G. Peterlongo, “Nella trama dell’algoritmo. Lavoro e circuiti informali nella gig-economy”)