Giugni afferma che
[la] giustizia tecnologica non può che passare per tre binari paralleli. Primo, la diffusione di una maggiore consapevolezza dei meccanismi di funzionamento dell’intelligenza artificiale, delle loro potenziali distorsioni, e del loro impiego poco scrupoloso da parte degli attori che quei meccanismi li controllano. Secondo, la creazione di alleanze progressiste tra noi utenti del digitale e tra lavoratrici e lavoratori del tech a tutti i livelli. (…). Infine, abbiamo un altrettanto disperato bisogno di politicizzare e allargare nella società il dibattito sulla regolamentazione dell’IA, del capitalismo di piattaforma, e, più in generale, della sperimentazione tecnologica. Lungi dall’avere carattere specialistico o di nicchia, queste questioni riguardano le nostre esistenze estremamente da vicino. E democratizzare i cicli di design, produzione e commercializzazione del digitale è parte integrante della battaglia per portare la tecnologia là dove dovrebbe essere: a servizio non degli interessi di pochi, ma delle persone e delle comunità. (L. Giugni, “Patriarcato algoritmico”, in AA. VV., “Miti e trappole dell’intelligenza artificiale”)