Cosa significa lavorare oggi nelle industrie culturali e creative?

Bonini e Treré affermano:

Se è vero che le carriere nelle industrie creative sono state a lungo caratterizzate da condizioni di lavoro precarie e salari instabili, il modello economico imposto dalle piattaforme digitali sta mettendo in discussione il modello di sopravvivenza dei lavoratori culturali e creativi. (…) l’economia creativa piattaformizzata di oggi amplifica la precarietà del passato perché è alimentata da un ethos neoliberista che valorizza l’auto-mercificazione e riformula il lavoro indipendente come auto-imprenditorialità. Ciò che distingue il lavoro culturale su piattaforma dalle precedenti forme di lavoro culturale è una condizione di precarietà ancora più estrema e individualizzata e, soprattutto, una “metrificazione” più intensa delle prestazioni del lavoratore: notorietà, popolarità e visibilità sono costantemente monitorate, calcolate e aggiornate. Proprio come la visibilità può fluttuare a causa di un cambiamento delle metriche che la misurano, il reddito di un lavoratore creativo platform è fragile, effimero e volatile. La visibilità è diventata la valuta principale delle opere culturali e creative piattaformizzate. Per guadagnarsi da vivere, un operatore culturale freelance, che va dal musicista al giornalista che pubblica su Spotify o Medium, deve acquisire sempre più visibilità. (…) le fluttuazioni nella visibilità del lavoro culturale sono sempre esistite, ma ciò che è nuovo oggi è la capacità delle piattaforme di catturare e governare la visibilità degli operatori culturali. (…) La visibilità è stata appropriata e dataficata: le infrastrutture computazionali costruite dalle piattaforme trasformano continuamente creatori, oggetti culturali e consumatori in dati. La visibilità di un brano, ad esempio, viene quantificata e suddivisa in decine di punti dati, come il numero di riproduzioni in un determinato periodo di tempo, il numero di persone che hanno salvato il brano nella propria libreria, il tempo medio trascorso ad ascoltare il brano e il “skip rate” (cioè il numero di persone che hanno smesso di ascoltare il brano prima della fine). Lo stesso processo di metrificazione viene applicato a tutti gli artefatti culturali digitali, come articoli di notizie online, film, podcast ed ebook. Anche i creatori e i consumatori sono dotati di dati. Ogni soggetto che prende parte all’ecosistema della piattaforma viene misurato per stabilire la sua posizione nelle classifiche di visibilità. Poiché il lavoro culturale si sta trasformando sempre più in un’attività basata sui dati, gli operatori culturali sono spinti a “perseguire marcatori quantificabili di visibilità”. (…) Mentre nel caso dei gig worker (…) il potere computazionale delle piattaforme (…) [serve] a governare le prestazioni dei corpi materiali dei gig worker, nel campo delle industrie culturali, la potenza computazionale delle piattaforme serve a governare le prestazioni della creatività immateriale dei lavoratori culturali, espressa attraverso la moneta della visibilità. (T. Bonini – E. Treré, “Algorithms of Resistance- The Everyday Fight against Platform Power”, Traduzione in proprio)

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