Sissa svela il paradosso
La necessità di prestazioni sempre migliori in settori innovativi (…) ha condotto all’uso crescente di processori specializzati per applicazioni specifiche. I miglioramenti esponenziali conseguiti, in termini di velocità e precisione, hanno tuttavia un costo elevato per il pianeta. (…) Questi guadagni si manifestano in termini di prestazioni migliori e migliore efficienza energetica, rispetto a una tipica unità di elaborazione centrale (CPU – il processore universale per antonomasia); ma ciò vale solo nel settore specifico per cui sono state concepite. Il tipo più comune di processore specializzato è l’unità di elaborazione grafica (GPU, Graphics Process Unit), usata nei calcoli scientifici come nella grafica, oppure il TPU (Tensor Processing Unit), usato per le reti neurali dell’Intelligenza Artificiale. (…) Un’applicazione software che passa da un chip general purpose a uno specifico per l’applicazione può fornire grandi miglioramenti nelle prestazioni applicative (…). Cosa comporta tutto questo per l’ambiente? Nulla di buono, perché (…) le applicazioni ad alte prestazioni di cui stiamo parlando devono usare piattaforme hardware (in particolare processori) sempre più performanti, che devono migliorarsi molto rapidamente, e che dunque hanno un turnover frequente. Quando l’hardware è di tipo general purpose può essere riusato in altri ambiti, meno esigenti in termini di prestazioni. Poiché si tratta invece qui di un hardware specifico, ciò comporta una minor possibilità di riuso. Questo porta al paradosso che un hardware specifico ad alte prestazioni avrà una vita utile molto breve e verrà dismesso quando funziona ancora molto bene, ma non potrà essere usato in un altro contesto applicativo perché non adatto ad esso. (G. Sissa, “Le emissioni segrete. L’impatto ambientale dell’universo digitale”)