Guerra, politica e capitalismo

Armao è netto:

dovremmo ormai avere imparato che ogni guerra è destinata, sempre, a produrre macerie fisiche, economiche e sociali. Potremmo dire che è concepita per sottoporre alla prova più estrema (e cinica) la distruzione creatrice del capitalismo, la sua mitizzata capacità di trasformare qualunque crisi in fattore di rinascita: l’annientamento programmato e sistematico di quanti più individui possibile, insieme ai loro manufatti e alle loro città, come stress test per il mercato. E la politica non è da meno: ogni guerra è una scommessa giocata dai governi a spese delle vittime, militari e civili. Una scommessa tutto sommato facile perché, che si vinca o che si perda, non è mai chi ha fatto la puntata a rimetterci la vita. (…) da decenni la guerra genera un’intera filiera globale ad alta redditività dotata di una propria autonomia, capace di coinvolgere tutte le sfere del capitalismo: da quella industriale della produzione degli armamenti, a quella commerciale del traffico e della vendita (lecita e illecita) delle armi stesse, fino alla sfera finanziaria delle quotazioni in borsa di società che, grazie al gioco delle fusioni e delle compartecipazioni azionarie, possono arrivare a concentrare risorse e competenze belliche superiori a quelle di molti stati. E poi c’è il variegato universo del «capitale umano», fatto di rappresentanti delle libere professioni coinvolti (imprenditori, avvocati, commercialisti, intermediari e trafficanti); come pure di manodopera, dai dipendenti del comparto delle industrie belliche a (…) «soldati» della più varia natura. (…) basta la guerra in sé a movimentare merci e denaro, a produrre redditi e a garantire profitti speculativi. Se poi dovessero entrare in gioco anche diamanti, greggio o coltan, tanto di guadagnato. (…) bisogna avere l’onestà di ammettere che anche le democrazie rientrano tra i principali azionisti di questo mercato della guerra, cui attingono a piene mani per garantirsi il proprio tenore di vita e i propri tassi di crescita. Tutte distraggono lo sguardo per non vedere il sangue, le distruzioni, lo sfruttamento generati dalla loro domanda inesauribile di beni e risorse; salvo poi indignarsi e gridare all’invasione se, anche soltanto, una minima percentuale delle popolazioni in fuga da quelle terre devastate dalla violenza finisce per ammassarsi alle loro frontiere. (…) la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina rappresenta il culmine di un processo che, a partire dalla fine della Guerra fredda, ha visto una nuova fase di crescita del mercato autoregolato che ha portato alla riscoperta dei vantaggi della violenza organizzata, in tutte le sue forme, come strumento ordinario di riproduzione del processo di accumulazione originaria delle risorse. Da oligarca al vertice di un sistema capitalistico clientelare e di stato, Vladimir Putin ha scommesso sulla guerra come soluzione ai suoi problemi politici, finendo con il mettere a rischio ben più della posta che pensava di aver messo in gioco. (…) [Del resto la] violenza stessa [è] uno dei principali e più redditizi settori del capitalismo del terzo millennio. (F. Armao, “Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra”)