Borelli induce a riflettere su un tema di valore culturale generale:
Il dibattito sull’autenticità ha attraversato tutta la storia della musicologia moderna. Prima degli anni ottanta, l’ideologia autenticista negli studi sulle interpretazioni della musica barocca imponeva la replica fedele della composizione originale, che si otteneva, per esempio, attraverso l’uso di strumenti d’epoca. Ben presto gli stessi fautori di questa norma ridimensionarono le loro posizioni ammettendo l’impossibilità di riprodurre i contesti originari. Con l’acquisizione di un’idea di autenticità intesa come una “costruzione simbolica ancorata a epoche, mentalità e culture”, persino i musicologi classici hanno abbandonato la regola di “descrivere il passato così come era stato” per accogliere una concezione più malleabile di autenticità, ascrivendone i criteri a “scelte, abitudini e circostanze condivise da un insieme di individui in un determinato lasso di tempo” e allontanandosi dall’equivalenza autenticità uguale verità. (…) . L’arte dei neri, nelle fantasie ghettizzanti di studiosi e critici, doveva restituire la sofferenza dell’oppressione e saldare la comunità in un “noi” che prendeva le distanze da “loro” attraverso la riproposizione delle tradizioni che avevano fondato l’identità collettiva. Le sperimentazioni erano viste come un tradimento. Nei confronti dei neri, che vedevano disatteso l’obbligo di rispettare la tradizione e tenersi alla larga dalle contaminazioni e nei confronti dei bianchi che non potevano incasellare nelle usuali categorie stereotipate quelle identità di neri “non conformi”. (…) Abbandonando la strada della purezza, scopriamo [per esempio] che (…) il jazz è stato il risultato della mescolanza e della permeabilità dei fenomeni culturali. L’inequivocabile fluidità del jazz, in una prospettiva antiessenzialista, può tranquillamente convivere con il fatto altrettanto innegabile che il jazz è nato a New Orleans alla fine dell’Ottocento dalla esperienza degli afroamericani negli Stati Uniti. (F. Borelli, “L’appropriazione culturale nell’era digitale tra schizofonia* e universalismo”, in A. Benedetti, “La visione techno. Umanità, neo-macchine, futuro”)