Borelli argomenta:
Chi può appropriarsi di un’altra cultura? Quali criteri stabiliscono le regole per legittimare un’appropriazione [che può essere materiale, per esempio i prodotti culturali esposti nei musei, non materiale, quando ci si appropria di un bene non tangibile come una storia o una canzone, o “del soggetto” che si verifica quando membri di una cultura rappresentano membri o aspetti di un’altra cultura]? Chi detiene l’autorità per concedere il permesso di appropriarsi della propria cultura? Questi e altri quesiti sono stati ampiamente esaminati da diverse prospettive dalle discipline che studiano le scienze umane. Oltre alle questioni centrali sopra citate, l’etnomusicologia e l’antropologia si interrogano sulla liceità dell’appropriazione, sui danni e le offese alle culture espropriate e sul ruolo degli studiosi nella diffusione di prodotti culturali poi mercificati. I filosofi cercano di identificare i processi logici che sostanziano l’appropriazione e la conseguente attribuzione di un valore morale e normativo, mentre i giuristi indagano le possibilità di regolamentare le pratiche appropriative al fine di tutelare i diritti di proprietà e allo stesso tempo mantenere un livello equo di scambio culturale. L’ossatura del concetto che oggi viene definito “appropriazione culturale” è stata delineata per la prima volta dall’artista e storico dell’arte Kenneth Coutts-Smith, che, in un paper del 1976, anticipò temi legati all’eurocentrismo, ai rapporti di potere coinvolti nel sistema dell’arte, al privilegio delle classi dominanti, alla persistenza di un’attitudine colonialista nei confronti delle culture altre. Questo tipo di approccio critico agli studi culturali è stato ampiamente approfondito e sviluppato nei decenni seguenti in ambito accademico, specialmente da studiosi di università canadesi e statunitensi, fino a diventare ai giorni nostri uno degli argomenti chiave nel dibattito mainstream sulla musica, sulla moda, sulla letteratura e sull’arte in generale. La particolare attenzione che le accademie canadesi e statunitensi hanno dedicato a questo tema è dovuta principalmente alla loro maggiore esposizione alle istanze delle popolazioni e dei gruppi oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo. (…) l’elemento che ha contribuito maggiormente a inquinare il dibattito sulla proprietà culturale, specialmente quella dei nativi e dei popoli incontattati, è stata la lente occidentale attraverso cui si è preteso di analizzare sistemi lontanissimi dai parametri di autorialità, cultura, proprietà e identità ricavati dall’immaginario legale e culturale europeo (…) Nelle società in cui la linea che demarca proprietà intellettuale, spirituale, territoriale e culturale è così sfumata, l’uso fuori contesto di un elemento culturale potrebbe dunque rappresentare la violazione di un diritto umano e non il semplice travisamento di una tradizione. L’ordinamento giuridico di alcune comunità, infatti, è basato su pratiche performative in cui la conoscenza di formule, canzoni e rituali dimostra e sancisce il diritto di possesso e il suo trasferimento. (…) In questa filiera del privilegio che conduce alla schizofonia, i ricercatori producono i materiali e gli artisti li lavorano, adattandoli secondo le loro esigenze creative per poi consegnarli alle corporazioni che si occupano di trasformarli in merce che deve essere venduta. Se i ricercatori godono dell’attenuante di essere in parte ignari e impotenti di fronte alle conseguenze delle loro azioni, gli artisti non possono appellarsi all’inconsapevolezza poiché sono i diretti artefici di quello che molti considerano un vero e proprio furto. (…) la condizione necessaria per riscattarsi da un passato macchiato dalla tirannia colonialista è consegnare l’ultima parola agli appartenenti della comunità studiata (o copiata). (…) L’idea di una sostanziale incapacità dei bianchi di assumere la prospettiva altrui è stata avanzata in diversi ambiti, specialmente, come vedremo, in quello musicale e alla luce della disinvoltura con cui gli europei hanno seminato morte e distruzione ai danni di civiltà, popolazioni e culture, sarebbe frettoloso bollarla come semplice accusa razzista. Senz’altro lo sguardo colonialista di molti artisti e autori occidentali ha contribuito all’esoticizzazione e al travisamento delle tradizioni non occidentali ed è indubbio che molti genocidi culturali e materiali siano stati compiuti per mano di “bianchi caucasici”. (…) Se dunque gli intellettuali eurocentrici dei secoli scorsi erano incapaci di concepire la proprietà culturale nei termini delle comunità indigene, le comunità di studiosi che oggi vorrebbero normare tutte le appropriazioni culturali o che le condannano come un male mai necessario, sono a loro volta imbrigliate nelle trame di una concezione di proprietà culturale in cui i prodotti culturali sono definiti in base a una visione addomesticata di cultura: la proprietà è fissata, posseduta, controllata dal suo proprietario e inalienabile; tende a fissare la cultura che, nei fatti, è dinamica e instabile, per definizione “molteplice, disordinata, bella quanto brutta, distruttiva quanto creativa, offensiva quanto ispiratrice” (…) l’insistenza sulla proprietà culturale incoraggia la traslazione di discorsi etici e politici nel linguaggio del commercio, rappresentando per Brown “la resa totale alla logica mercificante del capitalismo” (…) Michael Brown, (…) in alternativa a quello che definisce “assolutismo etico”, propone un realismo etico in cui “ogni caso è unico e quindi soggetto a una attenta revisione retrospettiva”. Sebbene questo approccio non sia immune da ambiguità e dilemmi, come ammette lo stesso Brown, resta l’unica strada percorribile per evitare derive essenzialistiche- La prospettiva del realismo etico condivide gli intenti degli assolutisti nella premessa innegabile che i membri delle culture minoritarie debbano essere supportati e tutelati nella lotta contro la discriminazione strutturale, ma si rifiuta di ascrivere il razzismo del sistema a ogni singolo artista o studioso che si cimenta nella rappresentazione dell’alterità. Non si tratta di un lasciapassare per ogni tipo di appropriazione o un tentativo di liquidare le problematiche del razzismo sistemico, né si nega che la corruzione del sistema sia il prodotto delle singole azioni che sommate diventano letali, ma si invita, per scongiurare strampalate generalizzazioni, a verificare caso per caso quali siano le singole azioni da ritenere dannose. (…) un’analisi che si limita alla relazione tra gruppi subordinati e dominanti, identificando l’oppressione come l’unico movente per l’operato degli afroamericani, condanna i subalterni a un’omologazione che neutralizza le differenze tra ispirazioni, scopi, talenti e vissuti personali dei singoli membri delle comunità. Tra le le altre conseguenze di quello che Ortner chiama “rifiuto etnografico” c’è la pretesa di autenticità che pesa sui singoli individui ai quali viene preclusa la possibilità di autodeterminarsi “al di fuori dei loro sistemi di significato”, intrappolati in categorie che molto spesso sono state architettate proprio da quello sguardo occidentale tanto detestato. Abbiamo visto nel caso dei nativi come la retorica dell’autenticità sollevi controversie etiche e complicazioni pratiche che vanno a danneggiare soprattutto i membri della cultura che si intende tutelare. Allo stesso modo la critica sociale dei cultural studies anglosassoni, insieme alla stampa e all’industria musicale, ha costretto gli afroamericani a rispondere ai requisiti di autenticità imposti dall’autore o dal giornalista di turno. (F. Borelli, “L’appropriazione culturale nell’era digitale tra schizofonia* e universalismo”, in A. Benedetti, “La visione techno. Umanità, neo-macchine, futuro”)
* dissociazione di un suono dalla sua fonte e la sua conseguente ricollocazione in contesti diversi