Alemanni è quasi spietato:
Per quasi tre decenni gli europei hanno accettato che quasi tutto ciò che di tecnologicamente innovativo avessero da offrire gli Stati Uniti venisse importato a scatola chiusa. Tale accoglienza si basava sull’idea, a lungo fondata, che gli Usa sarebbero stati per sempre affidabili. La presidenza Trump ci ha ricordato, e minaccia di ricordarci nuovamente, quanto tale calcolo fosse troppo ottimistico. Da questo trasferimento tecnologico sulle due sponde dell’Atlantico, l’Europa ha guadagnato senz’altro molto. Tuttavia è innegabile che abbia anche perso, o abbia dovuto rinunciare, a parecchio. La massiccia importazione di tecnologia americana – dalla microelettronica al software fino ad app, motori di ricerca, social network e oggi chatbot – ha finito, da un lato, per arricchire enormemente i grandi colossi della tecnologia Usa mentre, dall’altro, ha atrofizzato la crescita di potenziali equivalenti europei. In parallelo a questi sviluppi l’Europa, come del resto gli stessi Stati Uniti, ha scommesso sul fatto che alla lunga l’apertura economica e l’aumento del benessere avrebbero addomesticato la Cina. Anche questa scommessa si è rivelata azzardata e oggi, al pari del resto del mondo, l’Europa deve fare i conti col fatto di dipendere per il proprio fabbisogno di chip avanzati da un’isola storicamente nel mirino di Pechino. Le scelte industriali dell’Europa negli ultimi trent’anni sono tra le ragioni che spiegano la mancanza di una Intel, di una Samsung o di una Tsmc europea. Un’assenza che non si traduce soltanto in profitti o in posti di lavoro in meno ma, soprattutto, in una riduzione di autonomia, di capacità produttiva, di competenze di manifattura, di possibilità di innovazione in merito a una tecnologia che, come ripetuto spesso, è a fondamento di tutte le tecnologie. (C. Alemanni, “Il re invisibile. Storia, economia e sconfinato potere del microchip”)