Benedetti sintetizza:
La techno, con la sua fusione di elementi di culture diverse, hacking creativo di strumenti musicali elettronici e costruzione di un nuovo linguaggio musicale, resta un paradigma che va oltre il genere, e dimostra come umanità e tecnologia possano convivere in maniera costruttiva guardando al futuro come una possibilità e non come una minaccia. La visione techno è quello che proviamo quando l’umanità fa qualcosa di nuovo: un ponte verso il possibile che possiamo attraversare sia per guardarci dentro, sia per esplorare nuove forme di resistenza, musicali e non. In questo senso la techno, come molta altra elettronica post rave, è musica inconscia, lo svolgimento sonoro di un possibile risveglio dallo stordimento dell’information overload e della frenesia del quotidiano. Tramite suoni e ritmi ci apriamo a sensazioni non definibili razionalmente. Questo spiega l’incredibile diffusione della techno fin dagli esordi, avvenuta senza nessun classico veicolo promozionale. Era il segnale di un cambiamento che poi è diventato un nuovo linguaggio sonoro. Un linguaggio ormai fortemente radicato, seppure nella sua difficoltà di interpretazione profonda legata proprio alle sue origini più fisiche ed emozionali che razionali. Ralph Hütter, che aveva capito perfettamente dove poteva portare la musica elettronica, già nel 1981 ci indicava la strada da percorrere: “L’elettronica è ovunque. Noi registriamo i suoni che ci circondano: treni, auto, onde radio e tanto altro che fa parte del nostro quotidiano. Questi suoni non sono nostri. Qualsiasi persona può prenderli, come può prendere spunto dalla nostra musica per fare altra musica. Questi suoni servono per mettere assieme le persone” (A. Benedetti, “La visione techno. Umanità, neo-macchine, futuro”)