Social nella sfera delle neurodivergenza: autodiagnosi e altre implicazioni pericolose

Marocchini chiarisce:

[L’]“autodiagnosi”(…) [non limitata] al tema della salute mentale né allo spazio dei social network (…), sembra effettivamente che stia sempre più prendendo piede sulle piattaforme social e in particolare nella sfera delle cosiddette “neurodivergenze”. (…) l’uso dei social network ha avuto effetti notevoli sulla cultura psicologica, dando voce all’utenza, oltre che a tante persone di formazione varia che si propongono di fare divulgazione dal loro punto di vista, favorendo la creazione di un senso di comunità – sia in chi inizia a raccontarsi dopo aver ricevuto una diagnosi, sia in chi, dopo aver incontrato e consumato una buona dose di contenuti online, ipotizza di poterla ricevere. La comunità scientifica ha già da qualche anno iniziato a interrogarsi su (…) questo fenomeno: se è vero che risponde a mancanze (in termini di accessibilità e qualità) dei servizi di salute mentale, spesso creando vere e proprie reti di supporto tra pari (…), si è però anche osservato come esponga chi si racconta a episodi di cyberbullismo nonché di discriminazione anche fuori dai social, e comporti anche il rischio di isolamento dalla vita offline (…) e di maggiore ansia e depressione. Nel caso di disturbi che hanno una componente importante nell’immagine corporea, si evidenziano ulteriori rischi dell’uso dei social anche come semplici utenti, nella fruizione tanto di contenuti “pro-ana”, che presentano comportamenti anoressici come auspicabili (e che prima dei social giravano ampiamente in siti e forum dedicati), quanto, paradossalmente, di contenuti “anti-pro-ana”, che in alcuni casi possono ugualmente incoraggiare – contrariamente alle intenzioni di chi li pubblica – un’emulazione dei comportamenti su cui pongono l’attenzione. Una parte significativa della comunità clinica esprime preoccupazioni anche sull’uso dei social come content creator, ovvero come utenti che proattivamente condividono contenuti, specialmente se relati al proprio disturbo o a comportamenti che il proprio disturbo influenza (come, nel caso dell’anoressia, il comportamento alimentare). Si ritiene infatti che la creazione di una community basata sulla propria condizione possa costituire un rinforzo del disturbo, giacché guarire comporta l’annosa e potenzialmente spaventosa questione della ricerca di un’identità oltre la malattia (…) Questo tema si pone, in realtà, anche per molte altre condizioni e disturbi non relati all’immagine corporea, come i disturbi di personalità e di identità. Tuttavia, la letteratura scientifica tarda ad arrivare, forse anche perché il tema della guarigione è già di per sé percepito come ostico, ma aneddoticamente sembra che gli account che hanno già fatto questo passaggio si siano, in larghissima parte, convertiti in account di advocacy sul disturbo da parte di chi dichiara di essere in recovery o di non rientrare più in alcun modo nei criteri diagnostici, cosa che sembra conservare tanto la community, che continua a sentir parlare dei temi per cui si è creata, quanto l’aspetto identitario: da persona con una determinata condizione a persona che l’ha avuta, con un’esperienza di vita vissuta che può ancora essere utile ad altre persone, e per cui la propria storia di vita con la condizione è ancora rilevante – seppur non più altrettanto presente e, magari, dolorosa. (E. Marocchini, “Neurodivergente. Capire e coltivare la diversità dei cervelli umani”)