Hund analizza:
Nel 2019, un insieme di studi (ad alcuni dei quali ho contribuito) ha sollevato serie preoccupazioni sui costi personali e sociali del settore. Uno di questi lavori ha individuato le numerose modalità con cui le aziende di social condannano in pubblico come moralmente riprovevoli gli sforzi dei creatori di contenuti per «fare bene» sulle piattaforme, mentre allo stesso tempo portano avanti quegli stessi comportamenti: una dinamica di potere radicata e disomogenea che possiamo definire come «paternalismo della piattaforma». Un altro studio ha esplorato l’intersezione tra genere e algoritmi, mostrando come le beauty videoblogger, che tradizionalmente non vengono considerate degli «esperti tecnici», abbiano sviluppato redditizie modalità di espressione del pettegolezzo per riuscire ad avere successo di fronte all’opacità degli algoritmi delle principali piattaforme (E. Hund, “L’industria degli influencer. La ricerca dell’autenticità sui social media”)