Bellos e Montagu precisano:
Walter Scott divenne ricco con i suoi romanzi e Victor Hugo si guadagnava da vivere con la penna, ma pochi altri scrittori dell’epoca potevano contare sul diritto d’autore per pagare l’affitto. Quasi tutti avevano ereditato le proprie ricchezze o possedevano un’attività commerciale o erano impiegati come funzionari pubblici, bibliotecari, soldati, diplomatici, insegnanti, membri del clero, medici o politici. La maggior parte di coloro che vivevano di scrittura non guadagnava con i diritti d’autore, ma lavorando nei quotidiani e nei settimanali. I grandi compensi prodotti da leggi che intendevano incoraggiare l’apprendimento e far valere i diritti del genio andavano tutti a un pugno di celebrità, come accade oggi nel mondo del cinema. La fama e la gloria non sono figlie del diritto d’autore. Tutt’altro: la gloria era stata inseguita e a volte ottenuta dagli scrittori greci e latini, quando l’idea di possedere le opere dell’intelletto non era ancora mai stata concepita ed era, anzi, inconcepibile. Ciò nonostante, le ripide pareti della piramide creata dallo star system romantico furono rese ancora più scoscese dai cambiamenti che la limitazione temporale del diritto d’autore introdusse negli interessi commerciali degli editori. Dauriat diceva che il suo lavoro era guadagnare soldi con i libri nuovi e darli agli uomini celebri. Il corollario era che doveva anche fare il possibile per attirare questi scrittori famosi e per renderli ancora più famosi. (D. Bellos – A. Montagu; “Il capitalismo della creatività. Passato, presente e futuro del diritto d’autore”)