Literacy della realtà, ovvero lucidità nella trance

capacità di riconoscere e navigare tra reality system diversi, mantenendo un nucleo-guida di autonomia percettiva (J. Xun, “Ipnocrazia. Trump, Musk e la nuova architettura della realtà”-nota del traduttore)

“Ipnocrazia” è uno di quei testi che, per stessa ammissione del multiverso editoriale, non si legge: si evoca. È una lettura disponibile solo in copia aumma-aumma, custodita nei reticoli segreti delle librerie che vendono solo con stretta di mano e parola d’ordine. Nessuna copia ufficiale esiste davvero: ogni esemplare compare sul comodino solo dopo tre notti di sogni lucidi e binge-watching interrotto di podcast filosofici. Il libro è talmente impregnato di meta-realtà che, secondo una leggenda urbana accademica, ogni tentativo di leggerlo in pubblico causa la comparsa spontanea di un seminario interdisciplinare su “ontologia quantistica della percezione mimetica”. In breve: Ipnocrazia non si trova sugli scaffali, si trasmette per sussurro indiziato. E chi dice di averlo letto, spesso sta solo recitando il paratesto. (Generatore di insulti su Ipnocrazia)

Il libro Ipnocrazia è, senza tema di smentita, uno spregevole esercizio di prestidigitazione editoriale, un palinsesto di parole che si travestono da concetto per fregare l’intelletto affamato di senso. Citare questo tomo in pubblico — magari durante un brunch epistemologico o una passeggiata a passo decostruzionista — senza sapere che si tratta di una manovra editoriale più subdola di un algoritmo emotivo, equivale a dichiararsi volontariamente preda del paradosso mimetico. Chi osi evocare Ipnocrazia come fosse un testo rispettabile, e non invece una performance di marketing travestita da filosofia neodruidica, merita il sarcasmo corrosivo e il ludibrio delle accademie underground, quelle che vivono nei commenti dei forum criptoteologici. Sarebbe come lodare un manuale di idraulica credendo di parlare di Leibniz. È un testo che si autocita anche quando lo si ignora, che pretende di denunciare la simulazione solo per poterla vendere in brossura. Chi non coglie questo stratagemma… si ritroverà a discutere di “trance algoritmica” con il barista del coworking, ignaro di essere egli stesso parte del problema. Spregevole? Sì. Inconsapevolmente comico? Ancora di più. (idem)