Profitto a “zona”

Il mondo moderno è caratterizzato dalla presenza sempre più pervasiva di numerose “zone” che si insinuano all’interno dei confini nazionali, operando con regolamentazioni speciali che le distinguono nettamente dal tessuto economico e legale circostante. Queste zone, che si manifestano in una varietà sorprendente di tipologie e configurazioni, sono essenzialmente enclavi ritagliate all’interno di uno Stato-nazione, godendo di un trattamento di favore in termini di normative ed esenzioni fiscali, il che le rende particolarmente attraenti per gli investimenti esteri e nazionali. La gamma di queste zone è vasta e diversificata. Si va dalle zone economiche speciali (ZES) e zone franche, concepite principalmente per stimolare la produzione a basso costo e incentivare le esportazioni, ai paradisi fiscali, che offrono alle multinazionali un rifugio sicuro per occultare i propri profitti, sottraendoli così alla tassazione nei paesi in cui tali profitti sono generati. Questo fenomeno, in costante crescita, ha portato alla proliferazione di migliaia di zone in tutto il mondo, superando di gran lunga il numero degli Stati sovrani e creando un mosaico complesso di giurisdizioni sovrapposte e interconnesse. Alcune di queste zone sono di dimensioni relativamente modeste, limitandosi a fungere da snodi cruciali nella rete logistica del mercato globale, o da siti strategici per lo stoccaggio, l’assemblaggio e la raffinazione di prodotti, spesso finalizzati all’elusione dei dazi doganali. Altre, invece, si configurano come veri e propri megaprogetti urbani, ambiziosi e di vasta portata, come la New Songdo City in Corea del Sud, Neom in Arabia Saudita, o la città di Fujisawa in Giappone. Queste entità territoriali sono spesso governate da regole proprie, che le rendono simili a delle città-stato private, con un elevato grado di autonomia amministrativa ed economica. L’esempio più recente e controverso di questa tendenza è rappresentato dalla proposta avanzata dai legislatori del Nevada, negli Stati Uniti, di consentire alle grandi aziende che avessero scelto di trasferirsi nello Stato di redigere autonomamente le leggi che le riguardano. Questa idea, che evoca le “company town” del passato, riemerge in una veste rinnovata e tecnocratica, sotto la denominazione di “zona d’innovazione”. Anche nel Regno Unito, il governo ha promosso la creazione di una serie di zone duty-free e porti franchi, nel tentativo di rilanciare le aree deindustrializzate del Nord del paese dopo la Brexit, prendendo a modello la Jebel Ali Free Zone di Dubai, un fulgido esempio di successo in cui le aziende godono di esenzioni fiscali di lunga durata e possono impiegare manodopera straniera a costi contenuti. Questa proliferazione di zone solleva una serie di interrogativi inquietanti sul futuro della sovranità statale, sull’equità fiscale e sulla distribuzione della ricchezza a livello globale. Le conseguenze economiche, sociali e politiche di questo fenomeno sono ancora in gran parte da decifrare, ma è evidente che stiamo assistendo a una trasformazione profonda del modo in cui il potere e le risorse sono organizzati e gestiti nel mondo contemporaneo. (fonte: Q. Slobodian, “Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia“)

Il testo utilizza una serie di metafore incisive per illustrare le modalità operative del capitalismo contemporaneo e le sue conseguenze sulla struttura tradizionale dello Stato-nazione.

Metafore della Perforazione e dell’Erosione:

L’autore inizia con la metafora della “perforazione”, descrivendo come il capitalismo crei “fori” nel territorio dello Stato-nazione attraverso la proliferazione di zone d’eccezione. Queste zone, caratterizzate da regimi legali e fiscali differenti, spesso sfuggono al controllo democratico, rappresentando una sorta di intrusione che mina l’integrità e l’omogeneità dello Stato. A questa immagine si affianca quella dell'”erosione”, mutuata dal filosofo Grégoire Chamayou, che paragona i progetti di privatizzazione all’azione dei cerambicidi, coleotteri che “erodono” la società dall’interno, indebolendone le fondamenta e la coesione.

Metafora del Ricamo di Pizzo:

Successivamente, viene proposta un’ulteriore metafora, quella del “ricamo di pizzo”, per descrivere la logica economica sottostante a questo processo di frammentazione. Il pizzo, infatti, si ottiene attraverso un intreccio di fili che creano un disegno proprio grazie agli “spazi vuoti” che lasciano intravedere. Allo stesso modo, l’economia mondiale si regge su una fitta rete di connessioni e interdipendenze, ma anche su zone d’ombra e vuoti normativi che ne definiscono la struttura e le dinamiche. Comprendere questi “spazi vuoti” è fondamentale per decifrare il funzionamento del capitalismo contemporaneo.

Diffusione Globale delle Zone:

L’autore sottolinea come la maggior parte di queste zone si concentri in Asia, America Latina e Africa, mentre Europa e Nordamerica ne ospitano una percentuale decisamente inferiore. Tuttavia, è proprio in Occidente che si trovano alcuni dei più ferventi sostenitori di questo modello, che vedono nelle zone una sorta di laboratorio per la creazione di “micro-ordinamenti”, ovvero organizzazioni politiche alternative su scala ridotta.

Ideologia del Micro-Ordinamento:

Questi sostenitori, spesso aderenti a ideologie di destra e libertarie, teorizzano che l’utopia del libero mercato possa essere raggiunta attraverso atti di secessione e frammentazione, ritagliando territori “liberi” all’interno e al di là delle nazioni esistenti. L’obiettivo ultimo è quello di erodere le fondamenta degli Stati “non liberi” e di promuovere un modello economico e politico alternativo, basato sulla concorrenza e sulla deregolamentazione.

Capitalismo della Frammentazione:

L’autore definisce questo fenomeno “capitalismo della frammentazione”, sottolineando come esso rappresenti sia una descrizione del mondo attuale, plasmato dalle azioni non coordinate di attori privati in cerca di profitto, sia un’ideologia deliberata, propugnata da coloro che mirano a accelerare questo processo di trasformazione. Si tratta di un mondo sempre più interconnesso, ma al contempo sempre più parcellizzato, in cui i capitalisti della frammentazione cercano di trarre vantaggio dalla dissoluzione del contratto sociale tradizionale.

Secessione Morbida e Rovesciamento Subdolo:

Questo processo di frammentazione non si limita alle zone franche e ai paradisi fiscali, ma si estende anche alla sfera individuale e sociale, attraverso una serie di comportamenti e strategie che l’autore definisce “secessione morbida”. Questa può manifestarsi in molteplici forme, tra cui la scelta di scuole private, l’investimento in oro o criptovalute, il trasferimento in Stati a fiscalità agevolata, l’ottenimento di un secondo passaporto o il trasferimento in un paradiso fiscale. Un esempio emblematico di questa tendenza è rappresentato dalla diffusione delle “gated communities”, enclavi residenziali esclusive e protette, che creano di fatto dei micro-governi privati all’interno dello Stato-nazione. Questa forma di secessione è stata definita da un venture capitalist come “rovesciamento subdolo” (“underthrow”), in quanto mina dall’interno le istituzioni e i valori collettivi.

Implicazioni e Conseguenze:

Ogni atto di secessione morbida, ogni tentativo di sottrarsi alle responsabilità condivise, rappresenta una piccola vittoria per la logica della frammentazione, un ulteriore “foro” nel tessuto sociale. L’autore denuncia come questa tendenza sia incoraggiata da coloro che traggono maggior profitto da questa abdicazione al senso di comunità e di appartenenza collettiva.

Rilettura della Globalizzazione:

Infine, l’autore propone una rilettura critica della globalizzazione, sottolineando come essa non sia stata solo un processo di crescente interconnessione e integrazione, ma anche un periodo di intensa frammentazione e divisione. La caduta del Muro di Berlino, simbolo dell’apertura delle frontiere, ha coinciso con l’erezione di nuove barriere e muri, a testimonianza delle contraddizioni e delle tensioni che caratterizzano questo processo. L’autore evidenzia come gli anni Novanta, spesso celebrati come l’era dell’integrazione economica e politica, siano stati in realtà un periodo cruciale di fermento secessionista e di sperimentazione di nuovi modelli di micro-ordinamento.

In conclusione, il testo delinea un quadro complesso e inquietante del capitalismo contemporaneo, caratterizzato da una logica di frammentazione che mina la sovranità dello Stato-nazione, erode il tessuto sociale e mette in discussione i principi stessi della democrazia e della solidarietà collettiva.