Il capitalismo, spesso dipinto come un’entità immortale, è in realtà un sistema con un inizio e, inesorabilmente, una fine. La sua nascita, violenta e sanguinosa, è stata intrecciata indissolubilmente con il colonialismo e la schiavitù, un processo durato secoli. Ora, la sua fine sembra avvicinarsi, forse non meno violenta della sua ascesa. L’avidità, la predazione e la distruzione hanno surclassato competizione, investimenti e progresso come motori principali dell’accumulo di ricchezza. Negli anni ’70 e ’80, ci avevano promesso un futuro radioso: la tecnologia avrebbe creato una miriade di lavori nei servizi, valorizzando il lavoro creativo e istruito, portando prosperità per tutti. Un’economia della conoscenza, ci dissero. La realtà è stata ben diversa. La deindustrializzazione e la deagrarizzazione hanno sì portato all’espansione del settore dei servizi, ma la maggior parte di questi lavori sono precari, sottopagati, informali, spesso addirittura non retribuiti. Dalla finanza alle pulizie, dai lavori legali alla consegna di pacchi, la realtà è una gerarchia spietata. Una classe dirigente si arricchisce, mentre la maggioranza lotta per pagare l’affitto sempre più caro. In questo “settore stagnante”, la crescita dipende non dall’innovazione, ma dallo sfruttamento: salari bassi e pressioni sui lavoratori. L’ineguaglianza dilaga: molti sono costretti a servire i pochi, diventando moderni servi legati ai loro smartphone, alle app e alle piattaforme digitali che regolano la loro sopravvivenza. I potenti, sfruttando il loro potere politico ed economico, si appropriano di una fetta sempre più grande della ricchezza prodotta, aggirando le leggi e imponendo il loro dominio. Ci sfruttano attraverso salari miserrimi, ulteriormente erosi da affitti esorbitanti, tasse e multe. Siamo intrappolati in un sistema che ci sottrae ogni giorno un po’ della nostra dignità e del nostro futuro. (fonte: J. Dean, “Capital’s Grave: Neofeudalism and the New Class Struggle”, Verso – traduzione in proprio)