Diffrazioni e cecità

Il nostro mondo corre verso una catastrofe tecnologica. Un sistema inarrestabile, alimentato da un’innovazione cieca che ignora le sue stesse conseguenze. L’ossessione per il progresso ci sta portando sull’orlo del baratro: le risorse si esauriscono e i rifiuti si accumulano a un ritmo esponenziale. Il costo energetico è spaventoso: i data center divorano elettricità e acqua, i supercomputer allenano ininterrottamente algoritmi affamati di energia, e l’obsolescenza programmata di dispositivi come PC, smartphone e visori AR accelera il ciclo di consumo. L’esplosione delle IA generative, sebbene democratizzante, amplifica drammaticamente il problema. La geopolitica non aiuta: la Cina, ad esempio, controlla l’accesso a risorse cruciali come gallio, germanio e grafite, fondamentali per l’industria dei semiconduttori.

Ma davvero tutte queste tecnologie sono indispensabili? Possiamo permetterci questo spreco incontrollato? È giunto il momento di fare delle scelte, di distinguere tra il necessario e il superfluo. Dove tracciamo la linea? La tecnologia, invece di risolvere i problemi, li amplifica. Funziona come una lente d’ingrandimento, esasperando le disuguaglianze e le discriminazioni. Viviamo in un mondo schizofrenico: da una parte, super tecnologi che esplorano l’universo, dall’altra, barche di migranti che affondano nel Mediterraneo e guerre che sembrano provenire da un passato remoto. La tecnologia ipermoderna non solo polarizza, ma frammenta la realtà stessa. Il presente è un mosaico sconcertante: immagini medievali di povertà e sofferenza giustapposte a scenari futuristici di fantascienza. (fonte: A. Mhalla, “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende soldati”)