Dovremo ripensare da cima a fondo il cambiamento di civiltà in corso, quello dell’ipervelocità, della simbiosi tra vero e falso, tra reale e virtuale, tra uomo e macchina, tra civile e militare, tra guerra e pace. Il nuovo paradigma è qui, sotto i nostri occhi. Le nostre democrazie sempre più fragili devono ripensare le loro norme e i loro diritti fondamentali per gestire le interazioni sempre più profonde tra l’uomo, la sua mente e la macchina, per controllarne le conseguenze negative: salute mentale, manipolazioni, cambiamenti nella percezione, cambiamenti nella personalità, scienze predittive che discriminano decodificando i nostri pensieri (potrei essere, inconsapevolmente, un potenziale serial killer che dev’essere fermato? Un dissidente politico che dev’essere neutralizzato?). Forse definiremo una nuova libertà, la libertà cognitiva, prerequisito fondamentale per l’autodeterminazione, quindi per la democrazia. Negli Stati Uniti, studi e comunità di ricercatori specializzati in neurotecnologie ed etica, tra cui l’iraniano-americana Nita Farahany, cominciano a organizzarsi per far valere questo nuovo diritto, il diritto alla nostra integrità mentale. Un nuovo tipo di libertà che, col tempo, potrebbe essere accompagnato da un’altra forma di sicurezza, la sicurezza cognitiva con tutte le questioni bioetiche e giuridiche annesse. (A. Mhalla, “Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende soldati”)