Sapere Macchinico: il dispositivo di assistenza alla lettura ha un punto di vista più generale degli autori umani.

Vi sono riferimenti alle tecnologie conviviali, aperte, federative?

NotebookLM: Basandosi sulle fonti fornite e sulla nostra conversazione, gli autori non utilizzano esplicitamente i termini “tecnologie conviviali”, “tecnologie aperte” o “tecnologie federative”.

Tuttavia, le fonti esprimono chiaramente una forte posizione a favore di un certo tipo di sviluppo e utilizzo del digitale che risuona con i concetti sottostanti a tali espressioni, contrapponendolo al modello dominante attuale.

Gli autori delineano due possibili vie per il futuro digitale:

  1. La prima via, quella auspicata, vede algoritmi e sistemi generativi come “effettivi strumenti di emancipazione”, utili a guadagnare “spazio e tempo necessari per esprimere liberamente… l’irriducibile singolarità che ci costituisce”. Questa strada è quella di “una cittadinanza digitale matura”, caratterizzata da una consapevolezza del valore ambiguo (φάρμακον) della tecnologia.
  2. La seconda via, quella temuta, è una “progressiva subordinazione di noi cittadini agli imperativi del capitalismo digitale”, dove gli strumenti tecnologici diventano “dispositivi normativi, più che come mezzi per l’autodeterminazione individuale e collettiva”. Questa direzione è spinta da fattori come l’efficientismo e, in particolare, “l’oligopolio delle Big Tech”, che controlla “le piattaforme, il possesso dei dati, nella messa a punto lenta ma inesorabile di un processo di personalizzazione di massa”.

La posizione degli autori è a favore della prima via, quella di una “tecnologia umanistica” (o “tecnologie dello spirito”, “dell’anima”), contrapposta a una tecnologia veicolo del “populismo industriale”.

I concetti che emergono e che si allineano allo spirito di tecnologie “conviviali, aperte e federative” includono:

  • L’idea che la tecnologia possa e debba essere orientata verso “finalità educative, etiche e sociali”. Gli autori affermano che “Non subiamo la tecnologia, la creiamo e la modifichiamo”.
  • La possibilità per gli individui di essere “creatori, progettisti e regolatori di nuove pratiche digitali”, non solo “semplici utenti di dispositivi” o consumatori.
  • La critica all’oligopolio delle Big Tech e al capitalismo digitale come forze che spingono verso la subordinazione e il controllo. Il fatto che “le stesse imprese di comunicazione a sollecitare… la società adulta” sul problema dell’uso degli strumenti (come il tempo al cellulare) è visto come funzionale ai poteri economici che controllano le piattaforme, perché riduce il problema alla gestione dello strumento piuttosto che affrontare la questione del controllo (possesso dei dati, piattaformizzazione, automazione).
  • Il riferimento alla visione di Tim Berners-Lee per il World Wide Web, basata sul recupero di “strategie di esternalizzazione e condivisione della conoscenza tipiche e costitutive della stessa comunità scientifica” e su un “approccio fallibilista e cooperativo al sapere”. La sua idea era “qualcosa che ci permettesse di lavorare insieme, di progettare insieme”. Questa matrice culturale cooperativa e condivisa viene proposta come “imprescindibile… a cui tornare nel momento in cui ci si volesse davvero impegnare a ragionare (culturalmente) su come ridefinire gli spazi e i tempi degli apprendimenti, delle relazioni, della vita pubblica e privata, tenendo conto del Web e delle sue più recenti evoluzioni”.
  • La potenziale “demediazione (o disintermediazione)” resa possibile dal Web 2.0, dai dispositivi mobili e dai social media, in cui “ciascuno può essere, oltre che destinatario, anche autore della comunicazione”, aggirando agenzie editoriali e dispositivi di filtro. Anche se questo aspetto è presentato con cautela e associato anche alla proliferazione di disinformazione.
  • La proposta di sviluppare una Media Literacy che vada oltre il solo pensiero critico, includendo “responsabilità” e “resistenza” nei confronti delle pratiche mediali. La resistenza è vista come “atteggiamento di costante mobilitazione del soggetto che vive in una società mediatizzata e che per questo è sempre attento agli effetti di quel che gli altri possano fare”. Questo si lega al concetto di “mediattivismo” e alla “dimensione politica” della Media Literacy.
  • Il concetto di “tecnologie di comunità” come obiettivo di una Media Literacy Education capace di uscire dalle classi e recuperare la sua dimensione politica.

In conclusione, sebbene le fonti non usino i termini specifici richiesti, il loro appello a una “tecnologia umanistica” che funga da “strumenti di emancipazione”, permetta agli utenti di essere “creatori, progettisti e regolatori” e si basi su principi di cooperazione e condivisione (come nella matrice culturale del Web), si contrappone direttamente al modello centralizzato e mercantile dell’oligopolio delle Big Tech e del capitalismo digitale, e promuove un approccio al digitale che è nello spirito delle tecnologie conviviali, aperte e potenzialmente federative. La tecnologia è vista come un φάρμακον la cui ambiguità strutturale richiede un impegno attivo per promuovere il suo “carattere curativo ed emancipante”.