… di fronte ad articoli come questo, appena pubblicato da Insegnare.
Alle banalizzazioni dell’autrice si somma infatti l’insipienza di merito della redazione.
Motivo questa pesante (ma obbligata) affermazione.
A. “intelligenza artificiale” (per altro, generativa) non è un concetto esplicativo, ma uno slogan del marketing;
B. siamo di fronte non a “strumenti” (complementarità passiva rispetto all’agire umano), ma a dispositivi (complementarità attiva, che determina contesti, condizioni, vincoli e così via);
C. società liquida? magari! Società della frammentazione di fronte alla crisi strutturale dell’accumulazione capitalistica, che si estende alla logistica della conoscenza, trasformata in risorsa di profitto privatizzata;
D. i dispositivi della cosiddetta intelligenza artificiale (generativa e di altre tipologie) sono macchine statistico-predittive, a perfezionamento continuo dei processi estrattivi di trasformazione della conoscenza collettiva in pattern sans phrase, utilizzati dagli oligopoli digitali energivori per implementare servizi recintati e tendenzialmente a pagamento nella loro articolazione davvero efficiente (premium/plus/advanced, a carico degli utenti);
E. concepire questi dispositivi come risorse didattiche, senza prima averne esplorato e sperimentato concretamente con esperienze significative le potenzialità, i limiti e i condizionamenti nel rapporto “adulto” con la conoscenza e – in particolare – con la professionalità specifica di chi si occupa di istruzione, è ingenuo e fuorviante; la definizione di Gemini e quella di Perplexity – per citare solo alcune delle discutibili indicazioni “pratiche” – testimoniano infatti un approccio superficiale, per altro coerente e congruente con la pratica intenzionale dell’ignoranza che caratterizza trasversalmente gli insegnanti del terzo millennio, troppo spesso soddisfatti da poche e limitate indicazioni, utili per fingere di conoscere, rubricare, saper usare;
F. ingenuo e fuorviante è anche citare il volume “Pedagogia algoritmica”, frettolosa occupazione di spazio da parte dell’accademia con la grottesca teoria della “didattica conversazionale”, impreziosita da uno sfondone sui sistemi esperti;
G. la confusione tra mappe mentali e concettuali testimoniata dalla presentazione di MindMeister è a sua volta uno sfondone ricorrente;
H. manca un anche minimo riferimento ai servizi specificamente rivolti ai docenti, che sono sempre più numerosi, nella pericolosissima prospettiva della sostituzione operativa e cognitiva e della collaborazione interpassiva; allo stesso modo, misteriosamente, non sono citate la realizzazione di immagini e le numerosissime opzioni di manipolazione dei testi;
I. vi è per contro un preoccupante assorbimento del lessico del marketing in vigore, in particolare nell’uso del verbo “creare”, del tutto incongruente con la logica generativa, ma forma corrente di valorizzazione dello scontato;
L. “era digitale”? altra costante dell’approccio superficiale e banalizzante di articoli come questo è la mancata comprensione della dimensione politica, ovvero del conflitto – anche in termini di visione civile e di progetto culturale – tra macchine estrattive e apparati conviviali (free software, fair devices); “digitale” non vale uno;
M. la visione conviviale (aperta, collettiva, cooperativa, mutualistica, decentrata, federativa, fondata su autentiche relazioni e non su astratte e velleitarie connessioni, in equilibrio con l’ambiente, a matrice e controllo democratico), anche se bellamente ignorata, è la sola utile per una cittadinanza davvero critica e consapevole e richiede una battaglia politico-culturale per l’istituzione di servizi universali, in una sfera pubblica depurata dall’attuale costrizione nei giardini cintati del capitalismo cibernetico.