Consenso informatico

Il consenso come gabbia: il paradosso della libertà nel capitalismo della sorveglianza

L’era digitale, promettendo un’infinita espansione della libertà e della conoscenza, ha celato una delle più sottili e radicali forme di sottomissione nella storia dell’umanità: il consenso informato all’uso dei dati personali. Presentato come un patto volontario, trasparente e reversibile, questo atto fondante della nostra vita online costituisce in realtà il meccanismo attraverso il quale abbiamo tacitamente accettato la sorveglianza da parte del capitalismo, la mercificazione delle nostre esistenze e la progressiva erosione della nostra autonomia individuale. Il paradosso è tanto più insidioso in quanto si annida nella nostra sfera pubblica e privata senza suscitare una vera resistenza. La maggior parte dei cittadini, se interrogata, si dichiara giustamente preoccupata per la propria privacy, ma al tempo stesso si affida con cieca fiducia a dispositivi e piattaforme digitali che, pur presentati come emblemi del progresso, sono per loro natura “estrattivi”. Questa contraddizione apparente si dissolve solo quando si riconosce la natura totalizzante di queste infrastrutture private, da cui dipendono ormai una miriade di attività pubbliche e private: dal lavoro alla socialità, dalla salute all’informazione. L’opzione del “disconnettersi”, dell’opt-out, non è più un gesto di libertà, ma l’anticamera di una volontaria auto-esclusione sociale. La gabbia non ha sbarre, ma è costruita dalla nostra dipendenza e dal nostro stesso consenso.

Il concetto di capitalismo della sorveglianza, teorizzato da Shoshana Zuboff, offre la cornice interpretativa più lucida per comprendere il fenomeno. Questo non è semplicemente un’evoluzione del capitalismo industriale, che produceva beni e servizi, né del capitalismo di stampo neoliberale, che puntava alla finanziarizzazione dell’economia e alla precarizzazione del lavoro. Il capitalismo della sorveglianza è un’aberrazione, una mutazione in cui la materia prima non è il lavoro, ma l’esperienza umana stessa. Le nostre interazioni, i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre ansie e i nostri desideri, espressi in forma di dati, vengono estratti, processati e tradotti in “prodotti di previsione” che hanno lo scopo di anticipare e, in ultima analisi, modificare i nostri comportamenti. L’obiettivo non è venderci un prodotto, ma vendere a terzi la certezza che, esposti a un determinato stimolo, agiremo in un modo prevedibile.

La nuova economia della disattenzione

In questo nuovo modello economico, il consenso informato funge da legittimazione di facciata. In teoria, l’utente accetta, in cambio dell’accesso a un servizio “gratuito” (un motore di ricerca, un social network, un’app di messaggistica), di cedere i propri dati. Nella prassi, l’atto di spuntare la casella “accetto i termini e le condizioni” si compie quasi sempre senza la benché minima comprensione del contenuto, che si rivela in un linguaggio spesso oscuro e volutamente prolisso, un “latinorum” digitale. La asimmetria tra i termini della negoziazione è totale: da una parte l’utente, che offre una parte di sé senza averne piena cognizione; dall’altra, l’azienda, che ha il vantaggio di conoscere perfettamente il valore di quella informazione, il cui prezzo reale non è monetario ma esistenziale.

La mercificazione dell’essere umano

Se la sorveglianza è lo strumento, la mercificazione della vita è la sua più spietata conseguenza. Come sosteneva Hannah Arendt a proposito del totalitarismo, la logica di questo sistema è quella di “rendere gli esseri umani superflui”. Nel capitalismo della sorveglianza, l’individuo non è più un soggetto con un’identità e una storia, ma un insieme di dati che ne definiscono il profilo comportamentale. La sua essenza, ciò che lo rende unico, viene ridotta a un semplice algoritmo, a una previsione statistica. Il nostro valore non risiede più nel nostro pensiero o nelle nostre azioni, ma nella nostra prevedibilità. Questo processo di reificazione, di trasformazione dell’essere umano in merce, ha una natura sistemica e pervasiva. Ogni aspetto della nostra vita che può essere digitalizzato, dalla nostra salute (con dispositivi e app per il fitness, gli smartwatch che monitorano il nostro sonno e le nostre abitudini alimentari) alle nostre relazioni interpersonali (sui social network, nelle app di dating) e persino la nostra creatività (grazie agli strumenti di intelligenza artificiale che ci offrono nuovi modi per scrivere o per creare), diventa una risorsa da estrarre e da monetizzare. La nostra esistenza si riduce a un flusso di informazioni da cui trarre profitto.

Questo processo non si limita a imporre una visione distorta di noi stessi, ma erode anche i fondamenti stessi del nostro essere sociale. La democrazia, fondata sul concetto di una volontà collettiva consapevole e imprevedibile, si scontra con un sistema che mira alla prevedibilità e al controllo. Il dibattito pubblico, un tempo spazio di confronto e di crescita, si frammenta in “echo chambers” e “filter bubbles”, bolle informative che ci mostrano solo ciò che i nostri algoritmi ritengono che ci piaccia, minando alla radice la possibilità di una comunicazione onesta e di un pensiero critico.

L’impossibilità dell’opt-out

Il cuore del paradosso, tuttavia, sta nell’impossibilità di sfuggire a questa logica. Le infrastrutture digitali private, che operano secondo i principi del capitalismo della sorveglianza, hanno ormai un tale grado di penetrazione nei gangli del lavoro, della società e dell’istruzione da essere diventate indispensabili. Abbandonare i social media significa perdere una delle principali vie di comunicazione con amici, colleghi e familiari. Rinunciare agli strumenti di produttività online, come gli editor di testo collaborativi o le piattaforme per la gestione dei progetti, significa auto-escludersi da un mercato del lavoro sempre più digitalizzato. Non utilizzare le app di e-commerce o i servizi di streaming significa negarsi l’accesso a beni e servizi che sono diventati parte integrante della vita moderna.

Il “balcone” è diventato un’estensione del “tinello”. La nostra vita non si svolge più solo all’interno di uno spazio privato, ma è proiettata in modo costante e ineludibile in uno spazio ibrido, un “onlife” in cui i confini tra pubblico e privato si sono dissolti, e nel quale è sempre attiva una logica di monitoraggio e di mercificazione.

L’opzione di non partecipare non è un’opzione reale. Il sistema ci ha intrappolati all’interno di un’infrastruttura di cui abbiamo bisogno per funzionare, e per il cui utilizzo siamo costretti a cedere i nostri dati e la nostra libertà. L’individuo, pur essendo consapevole dei rischi, è di fatto costretto a compiere una scelta che non è una scelta: restare, e accettare di essere sorvegliato e mercificato, oppure uscire e diventare un “fantasma” sociale.

Oltre la rassegnazione: il diritto alla disconnessione e la riappropriazione di sé

Di fronte a un quadro così desolante, la tentazione della rassegnazione è forte. Tuttavia, l’analisi del problema è il primo passo verso una possibile soluzione. Se la libertà di scelta, nella sfera del consumo digitale, è un’illusione, la libertà di pensiero non lo è. È qui, nella capacità di resistere alla disinformazione, di coltivare un pensiero critico e di riappropriarsi del significato delle parole, che possiamo trovare una via d’uscita.

Il primo passo è la consapevolezza. Dobbiamo imparare a riconoscere la logica della sorveglianza e la sua manipolazione. Alcuni suggeriscono, a questo proposito, di applicare un “metodo DRS” che si fonda sul dubbio, la riflessione e il silenzio. Questo ci aiuterebbe a non reagire d’istinto, a distinguere la sostanza dei fatti da una loro rappresentazione retorica.

Dobbiamo poi esigere, a livello legislativo, un “diritto alla disconnessione” che vada ben oltre la semplice possibilità di non rispondere alle e-mail fuori dall’orario di lavoro. Il diritto alla disconnessione dovrebbe diventare un principio cardine, una garanzia che permetta ai cittadini di staccarsi dalla rete senza subire conseguenze sociali o professionali.

Infine, e forse più importante, dobbiamo rimettere al centro del nostro orizzonte l’umano, nella sua complessità, nella sua irriducibile unicità. Il valore di una persona non può essere ridotto a un algoritmo o a un profilo di consumatore. Dobbiamo tornare a comunicare non solo “attraverso gli schermi”, ma anche “faccia a faccia”, riscoprendo il valore delle relazioni umane che, a differenza delle interazioni online, non sono misurabili, né monetizzabili, e non possono essere ridotte a semplici dati. La vera sfida del nostro tempo non è solo quella di proteggere la nostra privacy, ma di riconquistare la nostra umanità. (Fonte: M. Madianou, “Technocolonialism. When Technology for Good is Harmful”)