Come spesso accade con la tecnologia, l’idea di partenza era un’altra: era creare una app per condividere video brevi ma non brevissimi (tre minuti) che veicolassero contenuti scolastici e universitari di un certo valore. Si doveva chiamare «Cicada» dal nome di un insetto piuttosto rumoroso che i cinesi associano a nobiltà d’animo, trasformazione e rinascita. E se non l’abbiamo mai sentita un motivo c’è: è fallita subito. L’aveva fondata nel 2013 Alex Zhu, un giovane ingegnere che aveva lavorato brevemente per WebEx (una startup che aveva sviluppato una delle prime piattaforme per fare videochiamate, poi comprata da Cisco) e per la multinazionale europea Sap dove si era guadagnato il titolo di education futurist, «futurologo dell’istruzione». Allora il futuro dell’istruzione sembravano essere i video. Erano gli anni in cui erano esplosi i Mooc, Massive Open Online Courses, corsi universitari che consentono di fare lezione a basso costo, se non addirittura gratis, a migliaia di studenti. Zhu per la sua idea aveva raccolto da un venture capitalist un piccolo gruzzolo, 250mila dollari, e con il socio Louis Yang in meno di sei mesi aveva realizzato Cicada. «Il giorno stesso del debutto capimmo che non avrebbe mai funzionato» dirà un paio di anni dopo. Fare video formativi di qualità, sebbene brevi, richiedeva troppo tempo, era uno sforzo troppo grande, i docenti non l’avrebbero mai fatto. Ma invece di chiudere tutto, Zhu decise di fare «pivot», di cambiare strada: ovvero usare i pochi soldi rimasti e la tecnologia sviluppata per Cicada per fare un’altra startup. Questa seconda idea pare che gli venne sul trenino che in Silicon Valley porta a Mountain View, dove ha sede Google. Racconterà di aver notato che i giovani americani avevano tutti uno smartphone con cui guardavano video musicali oppure con cui si facevano dei selfie che condividevano fra loro. Era questa la strada giusta: una app di video che unisse la musica e i selfie. Altro che l’education. Nel 2014 Zhu lancia sul mercato Musical.ly, quartier generale a Shanghai e un ufficio marketing a San Francisco, perché l’obiettivo fin da subito erano gli adolescenti occidentali («I cinesi non sanno cosa sia l’adolescenza, sono troppo impegnati a studiare»: lo ha detto anni dopo il fondatore di TikTok per spiegare la sua strategia). Stavolta la startup va alla grande. Nel giro di qualche mese Musical.ly decolla. Diventa virale e si capisce perché: la app consentiva di registrare video brevissimi, di 15 secondi ballando, cantando e sincronizzando le labbra. I balletti con cui all’inizio abbiamo creduto di carpire «il segreto di TikTok» nascono qui, a Shanghai.Musical.ly non era l’unica app a scommettere sui video brevi: nello stesso periodo in Europa era stata lanciata Dubsmash che ebbe un picco di popolarità quando il calciatore Francesco Totti la usò per sfottere il suo amico Cristiano Ronaldo; e anche Twitter ne aveva lanciata una, Vine, che però puntava su video davvero troppo brevi, sei secondi, perché avessero davvero qualche senso. Quindici secondi era il tempo giusto per fare una cosa divertente, leggera. Il tempo di una barzelletta fulminante. E poi Musical.ly aveva un sacco di strumenti e sticker che incoraggiavano la partecipazione degli iscritti, chiamati muser. Zhu infatti era convinto che l’engagement degli utenti fosse più importante del loro numero assoluto. Al punto che nel 2015 Musical.ly contava dieci milioni di utenti, soprattutto ragazze, non tantissimi rispetto ai concorrenti; ma caricavano undici milioni di video al giorno. In media ogni santo giorno ogni utente caricava il suo balletto quotidiano. Un rito. Erano numeri impressionanti che impressionarono un altro giovane imprenditore cinese, Zhang Yimin. Era un ingegnere del software che nel 2012 a Pechino aveva lanciato la sua seconda startup: Byte Dance. Nonostante il nome, l’idea non era collegata ai balletti ma all’intelligenza artificiale. Zhang Yimin voleva utilizzare l’intelligenza artificiale per rivoluzionare il modo in cui le persone fruiscono di contenuti online. Il primo prodotto era stato un aggregatore di notizie selezionate dall’intelligenza artificiale in base ai gusti di ogni singolo utente (e ai vincoli della censura del Partito comunista cinese, ovviamente): Toutiao (ovvero headlines, «titoli del giorno»), ebbe subito successo e ancora oggi, con 250 milioni di utenti giornalieri, è il principale strumento di informazione dei cinesi. Nella mente di Zhang Yimin però Toutiao era solo l’inizio: era la prova che la sua intuizione sulle capacità dell’intelligenza artificiale di scegliere contenuti per noi, di decidere cosa avremmo voluto vedere, funzionava. Andava soltanto applicata a un mercato più grande di coloro che vogliono informarsi e molto più vulnerabile alle seduzioni della tecnologia: gli adolescenti. E così nel settembre 2016 in Cina debutta Douyin (letteralmente: «suono vibrante») e, qualche mese più tardi, dopo l’acquisto di Musical.ly e dei suoi cinquanta milioni di utenti, arriva anche la versione internazionale, apparentemente simile ma in realtà molto diversa da quella domestica (ne riparleremo): TikTok. TikTok, è il caso di riconoscerlo, è stata una rivoluzione culturale che abbiamo capito tardi. I quindici minuti di celebrità preconizzati per ciascuno di noi da Andy Warhol nel 1968, sono diventati «i quindici secondi di TikTok». Il video breve infatti si è rivelato una forma di espressione potentissima nelle mani degli utenti: più dei blog, dei post, dei tweet e delle fotografie. Abbiamo scoperto, con sorpresa, che c’erano milioni di persone pronte a raccontare la propria visione del mondo, e soprattutto sé stesse, mettendosi davanti alla telecamera di uno smartphone. I cento milioni di utenti del primo anno di attività, oggi sono oltre due miliardi e caricano circa duecentosettanta video al secondo. Duecentosettanta. Ogni secondo. Qualcuno sarà anche bello, perché no? Non è questo il punto. (…) in fondo TikTok non è un social e neanche un network: non serve a connettersi con gli altri. È una macchina personalizzata per l’intrattenimento governata da un sofisticato algoritmo di intelligenza artificiale. (R. Luna, “Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro”)