
Oltre l’Antropocene: Un’Analisi Concettuale del Pensiero di Donna J. Haraway in “Chthulucene”
Introduzione: Restare a Contatto con il Problema in un Mondo Danneggiato
Il pensiero di Donna J. Haraway emerge come una risposta critica e profondamente generativa alle crisi ecologiche, sociali e politiche che definiscono il nostro tempo. Di fronte a narrazioni apocalittiche o a un ottimismo tecnologico ingenuo, Haraway propone un percorso alternativo: un’immersione radicale nella complessità e nella confusione del presente. L’esplorazione di nuovi quadri concettuali diventa, nel suo lavoro, un’azione strategica fondamentale per superare i limiti dei paradigmi ereditati e per immaginare, e praticare, modi più equi e sostenibili di co-abitare un pianeta danneggiato.
Questa relazione si propone di analizzare in modo approfondito i concetti chiave che Haraway articola, con particolare attenzione alle sue proposte più recenti: lo Chthulucene come tempospazio alternativo, la simpoiesi come modalità operativa del mondo e le specie compagne come nodo etico e materiale delle nostre esistenze.
Il filo conduttore che unisce queste riflessioni è il suo imperativo centrale, un invito tanto semplice quanto esigente: “restare a contatto con il problema” (staying with the trouble). Questa postura intellettuale ed etica si contrappone nettamente ad atteggiamenti di facile consolazione. Come lei stessa afferma, “per questo soccombiamo alla disperazione o alla speranza, e nessuna delle due genera un atteggiamento di buon senso”. Per Haraway, né la speranza né la disperazione ci insegnano a “giocare al gioco della matassa con le specie compagne”. È proprio in questo “gioco” denso e rischioso che si trovano le possibilità di una guarigione parziale e di una rinascita collettiva.
La presente analisi si articolerà in diverse sezioni. Inizieremo decostruendo la critica di Haraway ai concetti di Antropocene e Capitalocene, per poi esplorare la sua proposta dello Chthulucene. Successivamente, analizzeremo le pratiche operative che animano questo quadro – la simpoiesi e la metodologia FS – e vedremo come si concretizzano in progetti di arte, scienza e attivismo. Infine, affronteremo il nucleo politico della sua proposta: la ridefinizione dei legami attraverso il concetto di specie compagne e l’imperativo di “generare parentele”.
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1.0 La Critica ai Paradigmi Esistenti: I Limiti dell’Antropocene e del Capitalocene
Secondo Donna Haraway, i termini “Antropocene” e “Capitalocene”, pur descrivendo aspetti reali della crisi planetaria, si rivelano narrativamente e teoricamente inadeguati per comprenderla e, soprattutto, per affrontarla. La decostruzione di queste narrazioni non è un mero esercizio accademico, ma una mossa strategica essenziale per liberare l’immaginazione e aprire a possibilità d’azione più efficaci, radicate in una comprensione più complessa delle dinamiche terrestri.
Haraway muove diverse obiezioni al concetto di Antropocene, che rischia di perpetuare proprio le logiche che hanno generato la crisi. Le sue critiche principali possono essere così sintetizzate:
- L’attore inadeguato: Il protagonista della narrazione antropocenica è l’Antropos, l’Uomo-Specie. Per Haraway, questo è un “attore così scarso” la cui storia non può che finire male, in una “doppia morte”: la morte stessa della persistenza. È un personaggio che appiattisce le responsabilità e cancella le differenze storiche, geografiche e sociali, attribuendo la colpa a un’umanità astratta e indifferenziata.
- L’eccezionalismo umano: Il racconto dell’Antropocene si fonda sull’idea che “Uomo più Strumento” faccia la Storia. Questa visione ripropone un eccezionalismo umano che ignora il ruolo fondamentale degli agenti non-umani — animali, piante, microbi, forze abiotiche — nel modellare il mondo. È la “grande storia fallica delle prime bellissime parole e delle prime bellissime armi” che Haraway invita a superare.
- La necessità delle geostorie: Alla “Storia” con la “S” maiuscola, lineare ed eroica, Haraway contrappone le “geostorie”. Ispirata da Bruno Latour, propone di raccontare le storie degli “Earthbound”, i “fedeli alla Terra”, che si riconoscono come parte di processi tentacolari, intrecciati e simpoietici, in un “gioco della matassa multispecie”.
- L’inadeguatezza teorica: Le scienze su cui si basa il discorso dell’Antropocene sono spesso confinate entro “teorie dei sistemi restrittive e delle teorie evolutive che costituiscono la Sintesi Moderna”. Questi modelli, fondati sull’individualismo e la competizione, si sono dimostrati “incapaci di riflettere bene su simpoiesi, simbiosi, simbiogenesi, sviluppo, ecologie di rete e microbi”, ovvero sui processi fondamentali che costituiscono la vita sulla Terra.
Riguardo al Capitalocene, Haraway ne riconosce l’utilità nel focalizzare l’attenzione sui sistemi economici e politici che hanno guidato la devastazione planetaria. Tuttavia, avverte che questo concetto rischia di cadere nelle stesse trappole dell’Antropocene se viene raccontato con il “linguaggio del marxismo fondamentalista”, ovvero riproponendo le grandi narrazioni di “Modernità, del Progresso e della Storia” che escludono la complessità delle relazioni multispecie.
Questa critica radicale ai paradigmi esistenti non lascia un vuoto, ma prepara il terreno per un’alternativa concettuale capace di accogliere la complessità, la relazionalità e la materialità dei processi terrestri.
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2.0 Lo Chthulucene: Un Orizzonte Temporale per Con-vivere e Con-morire
Lo Chthulucene non è una semplice sostituzione terminologica, ma una proposta radicale per un “tempospazio” diverso: un quadro concettuale e materiale per pensare, sentire e agire in modo relazionale, terrestre e multispecie. Per Haraway, non si tratta di nominare un’epoca di distruzione, ma di coltivare le pratiche di rinascita e recupero parziale che persistono anche di fronte alla devastazione. È un invito a “con-vivere e con-morire insieme all’altro”.
Il termine Chthulucene è ispirato tassonomicamente al ragno Pimoa cthulhu, che Haraway rinomina affettuosamente Pimoa chthulu per distanziarlo dall’immaginario di Lovecraft e radicarlo nelle profondità terrestri. Lo Chthulucene è il tempo degli “esseri ctoni”, entità che Haraway descrive con un linguaggio evocativo:
Immagino questi esseri pieni di tentacoli, antenne, dita, cavi, code a frusta, zampe da ragno e chiome arruffate. Gli esseri ctoni sguazzano nell’humus multispecie, ma non vogliono avere nulla a che fare con l’Homo che se ne sta lì a scrutare il cielo.
Contrariamente all’Antropocene e al Capitalocene, che sono narrazioni di dominio e fine, lo Chthulucene si configura come una “risposta impetuosa ai dettami dell’Antropos e del Capitale”. È un tempo fatto di connessioni tentacolari, di processi simbiotici e di storie che si intrecciano nel fango, nell’humus, nelle profondità della Terra.
Gli “esseri ctoni” non sono creature aliene o mostruose nel senso lovecraftiano, ma “esseri della Terra, al contempo antichi e appena nati”. Essi rappresentano le forze generative, complesse e spesso invisibili che i “grandi monoteismi al mondo – che siano religiosi o laici – hanno sempre cercato di sterminare”. Abitare lo Chthulucene significa riconoscere e allearsi con queste forze, diventando parte di processi che non sono né controllati né interamente comprensibili dalla prospettiva umana.
Tuttavia, abitare questo tempospazio non è solo un atto di immaginazione. Richiede pratiche specifiche e metodologie operative per navigare la complessità del mondo e per “restare a contatto con il problema” in modo efficace e generativo.
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3.0 Le Pratiche dello Chthulucene: Simpoiesi, FS e il Gioco della Matassa
Per “restare a contatto con il problema” non basta un nuovo nome per la nostra epoca; servono strumenti concettuali e pratiche materiali. Haraway articola un insieme di metodologie operative e metafore potenti che permettono di pensare e agire all’interno dello Chthulucene. Tra queste, la simpoiesi e il “gioco della matassa” guidato dalla metodologia FS sono centrali.
3.1 Simpoiesi e Con-divenire
Haraway propone il concetto di simpoiesi (letteralmente “creare-con”) in netta contrapposizione all’autopoiesi (“creare-da-sé”), il modello dei sistemi auto-organizzati e chiusi. La simpoiesi descrive sistemi aperti, dinamici e relazionali, in cui le entità non preesistono alle loro interazioni ma “con-divengono insieme”. Per contestualizzare questo approccio, Haraway fa sua la lezione dell’antropologa Marilyn Strathern: “È importante capire quali idee usiamo per pensare altre idee”.
Per illustrare la simpoiesi, Haraway adotta il concetto di olobionte, mutuato dalla biologa Lynn Margulis. Un olobionte (come una barriera corallina o l’intestino umano) non è un “ospite + i simbionti”, ma un assemblaggio simbiotico complesso in cui “tutti gli attori coinvolti sono simbionti l’uno per l’altro”. Non si tratta di unità preesistenti che cooperano o competono, ma di nodi di relazioni in cui le entità si costituiscono reciprocamente.
Haraway cita diversi modelli di simbiogenesi che dimostrano questo processo in atto:
- Origine della pluricellularità: Il laboratorio di Nicole King utilizza il batterio coanoflagellato per mostrare come l’essere animale significhi “con-divenire insieme ai batteri”.
- Simbiosi evolutive: Il modello batterio-calamaro, studiato da Margaret McFall-Ngai, illustra come partner di specie diverse siano necessari “al divenire l’uno dell’altro” attraverso complesse negoziazioni biochimiche.
- Ecologia dell’intimità: Il rapporto tra l’orchidea (Ophrys Apifera) e la sua ape impollinatrice, ormai estinta, viene riletto non come un inganno, ma come un’etica femminista della “responso-abilità”, un ricordo materiale di una relazione che continua a dare forma al fiore.
3.2 La Metodologia FS e il Gioco della Matassa
Per esplorare e narrare questi mondi simpoietici, Haraway propone una metodologia ibrida, racchiusa nell’acronimo FS:
- Fantascienza
- Fabula Speculativa
- Femminismo Speculativo
- Fatto Scientifico
Questi elementi non sono separati, ma si necessitano a vicenda. Inoltre, Haraway include in questo acronimo anche le “figure di filo” (string figures), legando indissolubilmente la metodologia speculativa alla pratica materiale del gioco della matassa. La FS diventa “un metodo per tracciare e seguire una trama nel buio”, uno strumento essenziale per raccontare storie più adeguate alla complessità del presente e per coltivare la “giustizia multispecie”.
La pratica della FS si incarna nella metafora del gioco della matassa (cat's cradle o na’atl’o’ in navajo). Questo gioco, fatto di fili che passano di mano in mano creando figure complesse, rappresenta la pratica del “trasmettere e a ricevere degli schemi”. Non è un atto individuale, ma una “staffetta sorprendente” che incarna la responso-abilità: la capacità di rispondere e l’assunzione di responsabilità all’interno di una rete di relazioni. È un’ecologia di pratiche collettive del conoscere e del fare. La metodologia FS, quindi, non è solo una forma di narrazione, ma il metodo speculativo necessario per tracciare e partecipare ai processi materiali e relazionali della simpoiesi.
Queste pratiche non sono meri esercizi intellettuali, ma si manifestano in concreti progetti di attivismo artistico-scientifico che cercano di “seminare mondi” più vivibili.
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4.0 Mondi Simpoietici in Azione: Esempi di Arte, Scienza e Attivismo
Questa sezione presenta una dimostrazione concreta di come i concetti di simpoiesi e FS si traducano in “mondeggiamenti” (worlding) che promuovono una “guarigione parziale” su un pianeta danneggiato. L’analisi di questi casi studio è strategica per comprendere come il pensiero di Haraway ispiri azioni collaborative che intrecciano arte, scienza e attivismo per “restare a contatto con il problema”.
La seguente tabella sintetizza quattro “zone critiche” e i rispettivi progetti simpoietici che Haraway analizza come esempi di pratiche dello Chthulucene.
| Zona Critica (Luogo) | Progetto Simpoietico di “Mondeggiamento” (Worlding) |
| Oceani (Grande Barriera Corallina) | Il Crochet Coral Reef è un progetto artistico-matematico collaborativo su scala globale. Migliaia di persone (soprattutto donne) lavorano all’uncinetto forme iperboliche che evocano i coralli, utilizzando lana, plastica e altri materiali. Questo atto crea “intimità senza prossimità”, generando un legame affettivo e una consapevolezza profonda sulla morte delle barriere coralline senza la necessità di un contatto fisico diretto. È un esempio di come l’arte tessile e la matematica possano diventare strumenti di giustizia ambientale. |
| Foreste Tropicali (Madagascar) | L’Ako Project è un’iniziativa editoriale che produce libri per l’infanzia bilingue (malgascio e inglese) sulla storia naturale dei lemuri e del loro habitat. Il progetto nasce dalla collaborazione tra scienziati, artisti e comunità locali, con l’obiettivo di connettere le nuove generazioni malgasce alla biodiversità del loro paese e di promuovere la conservazione. È una simpoiesi tra saperi scientifici, pratiche artistiche e pedagogia decoloniale. |
| Territori Circumpolari (Alaska) | Il videogioco Never Alone (Kisima Ingitchuna) nasce da una simpoiesi tra narratori indigeni Iñupiat, giovani nativi, artisti e sviluppatori di media digitali. Il gioco non si limita a usare il folklore come ambientazione, ma traduce le pratiche narrative, le ontologie e i valori Iñupiat in un’esperienza interattiva. È un “gioco-mondo” che condivide la saggezza delle “vecchie storie” in un formato contemporaneo per affrontare le sfide dell’Antropocene artico. |
| Altopiano Desertico (Black Mesa, Arizona) | La storia della rinascita della pecora Navajo-Churro è un potente esempio di coalizione multispecie. Dopo essere stata quasi sterminata dalle politiche governative, questa razza è stata salvata grazie a un’alleanza tra pastori Diné (Navajo), tessitrici, scienziati zootecnici, attivisti per il commercio equo e organizzazioni per la giustizia ambientale. Il recupero della pecora è inseparabile dal recupero culturale, linguistico e spirituale del popolo Diné, incarnando il concetto Diné di hózhó (armonia, bellezza, relazioni giuste). |
Questi esempi dimostrano che le pratiche dello Chthulucene non sono utopie, ma processi concreti, situati e collaborativi. Spostando l’attenzione da queste iniziative collettive alla dimensione più intima dei legami, arriviamo al cuore etico del pensiero di Haraway: la necessità di ridefinire la parentela.
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5.0 Ridefinire i Legami: Specie Compagne e l’Imperativo di “Generare Parentele”
Per Donna Haraway, la riconsiderazione radicale dei concetti di parentela e relazione costituisce il nucleo etico e politico della sua proposta per sopravvivere e prosperare nello Chthulucene. Non si tratta di un’estensione sentimentale dell’idea di famiglia, ma di un lavoro politico esigente che smantella le categorie ereditate di specie, genealogia e natura.
5.1 La Complessità delle Specie Compagne
Il concetto di “specie compagne” descrive un “con-divenire” complesso, denso di conseguenze e responsabilità, mai idilliaco. Queste relazioni non sono scelte, ma fatti materiali che ci costituiscono. Haraway illustra questa complessità attraverso la sua esperienza personale con la sua cagna Cayenne.
La gestione dell’incontinenza di Cayenne con il farmaco DES (dietilstilbestrolo) diventa un caso di studio che rivela una fitta rete di “conglobulazioni”:
- Cura intima: La relazione affettiva e la responsabilità quotidiana verso un animale compagno.
- Tecnoscienza biomedica: La storia controversa del DES, un estrogeno sintetico prescritto per decenni a donne incinte con effetti devastanti sulle loro figlie.
- Industria farmaceutica: La produzione di ormoni come il Premarin, estratto dall’urina di giumente incinte confinate in condizioni problematiche.
- Agricoltura industriale: L’uso massiccio del DES come stimolante della crescita nei recinti d’ingrasso per bovini, un sistema che distrugge ecosistemi e relazioni interspecie.
La semplice decisione di somministrare una pillola a un cane si rivela un atto che intreccia la biopolitica femminista, la storia della medicina, l’etica animale e le strutture del capitalismo agroindustriale. Le specie compagne si “infettano a vicenda”, e gli obblighi etici e politici diventano contagiosi.
5.2 “Generate Parentele, non Bambini!”
Da questa complessa rete di responsabilità emerge lo slogan più provocatorio e politicamente denso di Haraway: “Generate parentele, non bambini!” (Make kin, not babies!). Questa non è una semplice esortazione anti-natalista, ma una proposta femminista radicale per ripensare la riproduzione e la relazione in un mondo sovrappopolato e danneggiato.
- “Generate parentele” (
making kin) significa creare attivamente legami di cura e responsabilità che trascendono la biologia, la genealogia e la specie. Haraway insiste che la parola “kin” deve significare “qualcosa di più che entità legate dalla stirpe o dalla genealogia”. È un invito a costruire famiglie, clan e comunità non-convenzionali, interspecie e basate sull’impegno reciproco. - “Non bambini” è una critica alle pressioni nataliste e alle politiche di controllo della popolazione che storicamente hanno penalizzato le donne e le comunità emarginate. È un invito a un calo demografico deliberato, guidato non da imposizioni statali, ma da una scelta collettiva orientata alla giustizia ambientale e sociale. In un pianeta ferito, la cura può manifestarsi nel non generare nuovi esseri umani, concentrando le energie nel tessere legami di sostegno con gli esseri (umani e non) che già esistono.
Haraway illustra questo concetto attraverso la fabula speculativa “Le storie di Camille”. In questa narrazione, i “Bambini del Compost” nascono in comunità che legano geneticamente ogni nuovo nato a una specie animale a rischio. Camille, la protagonista, diventa simbionte della farfalla monarca. La sua vita, e quella dei suoi discendenti per cinque generazioni, è dedicata a garantire la sopravvivenza delle rotte migratorie della farfalla, un compito che richiede alleanze con comunità umane e non-umane lungo tutto il continente. Questo non è mimesi, ma un impegno materiale e multigenerazionale per la guarigione di luoghi e vite danneggiate.
La ridefinizione della parentela diventa così l’atto finale e necessario per costruire un futuro abitabile, un mondo in cui la responsabilità non è definita dal sangue ma dalla cura condivisa.
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6.0 Conclusione: Le Implicazioni del Pensiero di Haraway per la Ricerca Contemporanea
In questa relazione, abbiamo analizzato i concetti fondamentali proposti da Donna Haraway per navigare le complessità del nostro tempo. Dalla critica all’Antropocene all’introduzione dello Chthulucene; dalla simpoiesi come logica del “con-divenire” alle pratiche speculative della FS; dall’analisi delle specie compagne all’imperativo etico di generare parentele, il suo pensiero emerge come una rete interconnessa di strumenti per pensare, sentire e agire in un mondo ferito.
L’impatto complessivo del lavoro di Haraway sulla ricerca accademica e sulla pratica attivista è profondo e trasformativo. Per gli studiosi e i professionisti a cui questa relazione si rivolge, le sue implicazioni più significative possono essere così riassunte:
- Per gli Studi Umanistici: Haraway lancia una sfida radicale per superare l’antropocentrismo. Invita a integrare metodologie speculative e narrative (FS) non come un’aggiunta ornamentale, ma come strumenti rigorosi per raccontare storie più complesse, polifoniche e adeguate al presente multispecie.
- Per l’Ecologia: Il suo lavoro spinge a pensare oltre i modelli classici basati sull’individuo, la competizione e l’equilibrio. Abbracciare la simpoiesi e l’olobionte come unità fondamentali di analisi significa riconsiderare le fondamenta della biologia evolutiva e dell’ecologia, aprendo a una comprensione più dinamica e relazionale dei sistemi viventi.
- Per gli Studi Multispecie: Haraway sottolinea l’urgenza di combinare l’analisi teorica con l’impegno pratico. Il suo pensiero è un invito a partecipare attivamente a progetti di arte, scienza e attivismo che favoriscano la “responso-abilità” e la giustizia interspecie, trasformando la ricerca in una forma di cura e di intervento sul mondo.
In definitiva, l’eredità del pensiero di Donna J. Haraway non è un sistema teorico chiuso, ma un invito persistente a un lavoro collettivo. È un appello a “pensare, pensare, dobbiamo”, e a diventare “compostisti” capaci di abitare l’humusità di un pianeta che non è né perduto né salvato, ma che rimane un campo fertile di possibilità generative per coloro che scelgono di “restare a contatto con il problema”.

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