Gig economy

Organizzazione del lavoro on demand, sempre più diffusa, che sfrutta un “esercito di forza lavoro” mediante il governo di bacini di lavoro vivo, costretto dai rapporti contrattuali a essere freelance e quindi parcellizzato e precarizzato.

L’economia dei lavoretti (traduzione che non rende completamente il senso del fenomeno) ha come strumento organizzativo di fondo la rete e le App, che hanno un ruolo di intermediazione e di supervisione delle prestazioni.

Vi coesistono lavoro qualificato e iperqualificato, precariato e alta professionalità, lavoro migrante e lavoro indigeno.

L’ideologia di fondo è il concetto del lavoro imprenditivo, in cui ogngi individuo proprietario mette a frutto il proprio capitale umano e sociale.

A questa retorica del lavoratore “free” , flessibile, corrispondono però prestazioni lavorative soggette a protocolli molto rigidi nei rapporti sia con l’azienda, sia con la clientela: al centro dell’organizzazione del lavoro è l’algoritmo che gestisce la piattaforma, che decide i tempi e i modi della prestazione e la remunerazione corrispondente.

l’essenza della sharing economy, di cui eBay può essere considerato il primo colosso in ordine cronologico: usare le piattaforme come strumento per favorire l’incontro tra domanda e offerta entro specifici mercati, permettendo agli utenti di scambiare, noleggiare o vendere beni e servizi da pari a pari. Lo sviluppo del settore è stato dunque profondamente legato alla diffusione di Internet e all’avanzamento tecnologico che ha moltiplicato i modi attraverso cui gli individui possono connettersi alla rete. Un ruolo centrale in questo processo è stato poi giocato dalla poderosa crescita finanziaria dell’economia digitale, che ha portato in un decennio i giganti del comparto a dominare la top ten mondiale delle società dal più alto valore di mercato. Nel corso di questa trasformazione, le intuizioni imprenditoriali della sharing economy hanno in misura crescente intercettato parte di questi flussi d’investimento. Alcune delle principali imprese del settore, come Airbnb, Uber e TaskRabbit, sono state avviate proprio tra il 2008 e il 2009. In sintesi, la compenetrazione tra la filosofia collaborativa e il venture capital ha prodotto un duplice effetto. Se da un lato essa ha fornito ingenti risorse finanziarie per alimentare i progetti imprenditoriali più vari, dall’altro ha favorito l’ascesa di un pugno di grandi società private e for-profit, nelle cui mani si concentra il controllo di importanti segmenti della sharing economy: le sole Airbnb e Uber nel 2019 hanno superato insieme i 100 miliardi di dollari di capitalizzazione. (….) La congiunzione tra l’impresa digitale for-profit e la piattaforma come infrastruttura tecnologica ha generato un modello di business fondato sul massiccio ricorso all’esternalizzazione di costi e rischi. Un primo conflitto ha luogo con i loro stessi lavoratori. Un esempio lampante in proposito è rappresentato dalle vertenze che in tutto il mondo oppongono le piattaforme del food delivery ai rider di cui esse si avvalgono per le consegne. Dal punto di vista dell’impresa, è il lavoratore stesso ad aver liberamente scelto di condividere il proprio tempo e il suo mezzo di trasporto per consegnare cibo. L’estrema flessibilità dell’impiego quindi non giustificherebbe il riconoscimento dei rider come lavoratori dipendenti, esonerando di conseguenza la compagnia dalle tutele cui i subordinati hanno diritto. Sotto questa luce, vengono praticamente a cadere i confini tra sharing e gig economy (S. Boscarello – La democrazia salverà la sharing economy da se stessa? Pandorarivista 3/2020)

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