Piattaforma

Le piattaforme sono il nuovo standard delle architetture della comunicazione digitale, caratterizzato da effetto-rete e lock-in, ma darne una definizione univoca è impossibile. Come sostiene Geert Lovink, in Nichilismo digitale (2019), Facebook, Google e così via “«imbrigliano» le differenze informative, sono difficili da espugnare e dominano il territorio circostante come le fortificazioni di Vauban e “possono essere assimilate non solo alle roccaforti, ma anche alla piazza cittadina, il luogo dove storicamente si tenevano i mercati”.

Una prima chiave di lettura capace di andare oltre l’approccio puramente tecnico, è la comprensione della economia politica delle piattaforme: esse sono costruite e governate da algoritmi, codici, influencer, first mover e altri operatori, orientati e finalizzati al profitto, sulla base dell’estrazione di valore dai dati dei prosumer e dell’intermediazione. In molti casi esse rendono labili i confini tra impresa e mercato, in precedenza chiaramente definiti: esempio classico, Amazon, che si presenta come gigantesca vetrina.

Le piattaforme digitali sono quindi ecosistemi di cattura del valore della produzione di contenuti da parte dagli utenti, che ne sfruttano per marketing diretto o indiretto le informazioni immediate, ma anche i metadati e la possibilità di costruire relazioni tra insiemi diversi, su cui riscuotere una commissione: è questo il caso di Uber o di Blabla sharing, per esempio.

Effetto principale del modello dell’intermediazione è l’esternalizzazione della forza-lavoro, precarizzata e “autonomizzata”, con riduzione di garanzie, diritti, reddito.

La standardizzazione di  una piattaforma si fonda su due aspetti fondamentali, che hanno spessissimo anche la funzione di asservire il lavoro gratuito di miliardi di esseri umani:

taskificazione, definizione e riduzione a singoli gesti semplici (in sé, operativamente un click o un tap del dito su un oggetto digitale presente sul dispositivo), di tutte le operazioni necessarie alla cattura delle informazioni e del valore;

datificazione,  processo computazionale di trasformazione delle attività intercettate dalla piattaforma in elementi raccoglibili, classificabili, quantificabili, aggregabili a scopo predittivo e prescrittivo.

Gli utenti di una stessa piattaforma, per altro, possono assumere ruoli diversi nel gioco di intermediazione: accedere a servizi gratuiti, acquistare prodotti immateriali o materiali, essere oggetto di estrazione di dati finalizzati al marketing e al perfezionamento degli algoritmi, ma anche acquistare nuclei di informazione per le proprie strategie commerciali o vendere merci.

Le piattaforme nascono, continua Lovink, “solo quando c’è una massa critica preesistente di utenti e dati. Il che presuppone che la piattaforma poggi su un complesso insieme di reti sottostanti. Queste reti dipendono, a loro volta, dall’interoperabilità di una serie di standard e protocolli tecnici già in essere”, che permettano un’interazione a fini di capitalizzazione dei dati prodotti dagli scambi e dalle relazioni.

Le piattaforme sono infatti ambienti digitali con costi marginali di accesso, duplicazione e distribuzione molto vicini a zero, che hanno il fine  di controllare l’esperienza degli utenti, pienamente sottomessi alla logica economica delle attività e dei servizi previsti: tutti i produttori si configurano – in sintesi- come «fornitori», lavoratori imprenditivi a salario prestazionale o non riconosciuto, descritti tutti però dal pensiero economico mainstream solo come fattori di forte riduzione dei costi.

Va sottolineato che le piattaforme sono l’opposto dell’utopia illusoria della rete aperta e sono valorizzate e difese, da ogni punto di vista, compresi quello antropologico e quello culturale, da gruppi portatori di enormi interessi economici.

Srnicek propone una vera e propria tassonomia delle piattaforme:

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