Algocrazia

1. Esercizio di potere da parte degli algoritmi corporativi, per esempio da parte delle procedure di proprietà di GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft), NATU (Netflix, Airbnb, Tesla, Uber) e BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi), a cui individui e società delegano la registrazione, l’immagazzinamento e lo sfruttamento di informazioni con fini di profilazione e di marketing.  Costituisce il punto di massimo accentramento delle Reti attuali. Tra i suoi effetti fondamentali, la limitazione tecnologica delle libertà.

Gli algoritmi hanno valenza predittiva, ma anche prescrittiva, perché – combinati con la bolla cognitiva e culturale effetto della individualizzazione delle informazioni e dei servizi frutto della profilazione degli utenti – possono di fatto consigliare e vincolare comportamenti individuati come tendenziali o coerenti con abitudini e opinioni, espresse in forma diretta o inferite attraverso apprendimento macchinico e monitoraggio. Tra le caratteristiche importanti del processo di captazione dei dati e di manipolazione dei comportamenti va poi segnalata la sua capacità di agire in tempo reale.

Questo approccio, infine, trasforma il consumo in coproduzione just in time, perché il monitoraggio predittivo permette di produrre ciò che è già venduto. Il mercato precede la produzione. A produrre l’informazione necessaria a questa regolazione in tempo reale della valorizzazione del capitale sono i prosumer.

Come ricorda Vaccari:

http://www.intotheblackbox.com/events/book-tour-capitalismo-4-0/Demistificare l’algoritmo significa prestare maggior attenzione alla statistica in quanto scienza incaricata di produrre modelli e regole per la produzione degli algoritmi predittivi.

Come ci ricorda Ricciardi:

Le “tecnologie semantiche e l’interoperabilità” divengono il criterio distintivo di un processo lavorativo che, almeno nell’immaginario che viene veicolato, deborda continuamente in quello sociale e viceversa.
(…) l’algoritmo è alla base tanto delle tecniche della produzione industriale quanto della tecnologia sociale organizzata intorno non solo alla fruizione degli oggetti di consumo, ma anche dei modi di relazione tra gli individui e di questi ultimi con le amministrazioni pubbliche e private. Esso sembra risolvere tutte le antinomie che finora hanno caratterizzato il modo industriale di produrre, sovrapponendo la tecnologia alla tecnica (…).
La temporalità della conoscenza algoritmica si fonda sul presupposto che il futuro sarà tendenzialmente uguale al passato e che l’accumulo di una quantità sempre più vasta di dati può risolvere definitivamente il problema della previsione. L’innovazione si presenta così come valorizzazione dell’anacronismo con la trionfalistica prognosi che “tutte le questioni relative alla società e alla politica possono trovare una risposta nei dati che produciamo ogni giorno. La sociologia sta entrando in un’Età dell’oro in cui finalmente dispone di dati commisurati alla complessità dei fenomeni in esame, con benefici che potrebbero essere enormi per tutti a patto che i dati siano accessibili a ricercatori, politici e cittadini”. D’altra parte, se la “trasposizione dell’intelligenza e della volontà dell’uomo nelle macchine non è altro che una delle tante forme di oggettivazione della sua soggettività”, si deve anche riconoscere che non si tratta di una soggettivazione universalmente umana, ma che essa avviene secondo precise linee di partizione che replicano le differenze di classe, di sesso e di colore. Se il machine learning tende a sostituire più gli operatori finanziari che gli operai edili, i magazzinieri o le operaie tessili povere in Europa e in Asia, esso non conferma solo l’esistenza di gerarchie storiche legate alla distinzione tra il lavoro intellettuale e quello manuale, ma rivela anche la simmetria che li unisce nella comune sottomissione alla logica del profitto.
Nell’algoritmo, infatti, la tensione conoscitiva verso l’universale declina di fronte alla possibilità immediata di rendere profittevole il calcolo. La tensione assoluta verso il presente si rivela nella pretesa di aver trovato finalmente uno strumento che non ha bisogno di alcuna teoria che ne dimostri e ne affermi la validità generale, ma esiste solamente grazie alla funzione all’interno dei processi di riproduzione della società, (…) è  (…) un rapporto di dominio che l’algoritmo in quanto oggetto elaborato fondamentale dell’industria 4.0 organizza e rappresenta. Esso può essere considerato tale perché non interviene solo nella produzione degli altri oggetti, ma anche nel loro consumo e, più in generale, svolge una funzione costante nella produzione e nel consumo del tempo da parte degli individui. (…) La funzione ordinatrice e programmatrice dell’algoritmo è fondamentale per il movimento stesso della società computazionale.
Sebbene per “ingegneri e tecnici gli algoritmi sono semplicemente il loro impiego”, essi svolgono una funzione eminentemente politica di unificazione. Gli algoritmi non pongono quindi solamente un problema di carattere etico, relativo agli effetti non voluti relativi al loro impiego o alla opacità dei processi decisionali che permettono. Essi sono invece oggetti rappresentativi perché definiscono ciò che deve essere visibile e ciò che invece deve rimanere implicito e inosservato. Non diversamente dalla merce marxiana, l’algoritmo è la figura di mediazione tra l’astrazione del calcolo e la materialità del lavoro come rapporto sociale (…) L’arbitraggio algoritmico estrae immediatezza, tempismo e rapida innovazione dai materiali grezzi di innumerevoli milioni di ore-uomo miseramente retribuite”.
(…). È stato di conseguenza sottolineato che questa logica del calcolo tende ad “allinearsi con forze che cercano l’autorità, gerarchiche e spesso politicamente conservatrici”. Il problema non è tuttavia solamente la continuità dei poteri che, in maniera più o meno accentuata, ha caratterizzato l’intera tradizione politica occidentale, quanto piuttosto la specificità della forma attuale di dominio nel quale l’industria 4.0 non è e non sarà meramente un’industria tra le altre e non sarà nemmeno la registrazione in modo innovativo di comunicare. Il problema è dunque in che modo la logica algoritmica si appresta a essere “il nome del controllo amministrativo e della concentrazione dei poteri della nostra società”. In altri termini si tratta di individuare quale rivoluzione del capitale si sta affermando all’interno della trasformazione peraltro radicale dei processi produttivi.

33 commenti

  1. […] Recinzioni degli spazi e dei tempi bioipermediali messe in atto per esempio da Amazon (commercio), Google (consumo culturale), Facebook (social network). Più in generale, il concetto si riferisce alla trasformazione della rete nel passaggio alla cosiddetta fase 2.0, quella che opera una larga e vincolante separazione tra la produzione di contenuti da parte degli utenti e il controllo su di essi e in generale sui dati da parte delle piattaforme di intermediazione, che se ne appropriano sottoponendoli a estrazione ed elaborazione algoritmiche. […]

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  2. […] Bacino di forza lavoro della gig economy, caratterizzata dalla precarietà e dalla necessità di assommare salario prestazionale in grado di assicurarne la riproduzione.  La sua legittimazione culturale e politica è frutto della retorica dell’individuo proprietario e dell’autoimprenditorialità. La prestazione lavorativa è di tipo esecutivo ed è soggetta a organizzazione e gestione automatizzate e algocratice. […]

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  3. […] Sindrome di deficit dell’attenzione e di iperattività tipico del prosumer, che sviluppa più attività contemporanee su uno o più dispositivi digitali in suo possesso (personale computer, smartphone, notebook, laptop, mini-monitor nell’automobile e altri pieghevoli, video-lettori portatili, PC da taschino, tablet, smart-TV e così via), massimizzando l’impiego del tempo, ma rinunciando spesso all’approfondimento autonomo, indipendente dalla delega alla consultazione filtrata di database algocratici. […]

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