Pensiero referendario

Costruzione delle opinioni, delle argomentazioni e delle esposizioni fondata sulla polarizzazione, ovvero sullo schieramento e sull’appartenenza in termini di sola contrapposizione dualistica. Siamo di fronte a una forma sottile di “sub-egemonia” del pensiero unico: posizionarsi in forma assoluta, infatti, implica, consente e impone la rinuncia alla dialettica, alla sintesi, all’interesse generale, all’equità, a favore del plebiscitarismo culturale e professionale, oltre che socio-politico, e del soluzionismo.

Ne sono esempi lo scontro “digitale Sì/No” – e il corollario sulla cosiddetta “DAD” – (che riduce le esigenze dello sviluppo umano all’innovazione), quello conoscenze vs. competenze (che invisibilizza e conferma il classismo della scuola secondaria di secondo grado italiana) o i conflitti sulla domiciliazione coatta da covid19 (che impediscono di vedere che la detenzione autoinflitta e consenziente per ragioni profilattiche è in realtà parte costitutiva del problema dell’espropriazione di altri aspetti della salute psico-fisica, dell’identità e delle relazioni e delle sue implicazioni).

Non è un  caso che stia affiorando un dibattito referendario anche sul tracciamento in rapporto all’emergenza sanitaria, la cui polarizzazione oscura la distinzione dialettica tra sfera privata e individuale e sfera pubblica e collettiva.

Il larga misura, è l’affermazione integrale e totalizzante della logica dei “like” e degli “share“, che cattura opinioni e comportamenti attraverso i cibermarcatori emotivi.

Come dice Giacomini:

L’idea di “paradosso del pluralismo” può essere così presentata: i media digitali aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce (in termini quantitativi) ma al tempo stesso sembra aumentare anche la distanza fra queste voci, la loro polarizzazione, mettendo in difficoltà il raggiungimento delle finalità di un sistema politico pluralista (in termini qualitativi). Detto in altri termini, mentre da un punto di vista meramente quantitativo Internet ha aumentato notevolmente il numero di fonti informative a disposizione dei cittadini, aumentando la pluralità delle fonti, da un punto di vista qualitativo meccanismi algoritmici fanno in modo che gli utenti siano esposti alle informazioni o alle notizie che gradiscono (facciamo riferimento alla cosiddette echo chambers), aumentando la frammentazione e la polarizzazione, diminuendo la possibilità di casual encounters, mettendo quindi in crisi il pluralismo inteso come concordia discors, ovvero come un approssimarsi ad un consenso corroborato dal dissenso.

Interessante anche l’analisi di Aph Ko:

L’attivismo è fatto quasi sempre di mantra e copioni già scritti, non incoraggia il pensiero critico o le domande. In realtà mi sono accorta che, quando ci impegniamo con altre persone nell’attivismo, spesso si creano situazioni piuttosto violente, perché riproducono gli stessi problemi contro i quali si sta lottando. Persino i movimenti di giustizia sociale che si aggrappano dogmaticamente all’intersezionalità sono spazi relativamente acritici in cui le persone cercano una struttura da seguire, non una struttura utile alla riflessione critica. Quando pensi criticamente, non ti aggrappi necessariamente a un modello o a un modo specifico di vedere il mondo: cambi continuamente le prospettive, le dislochi.

Molto significative le considerazioni di Newman:

I discorsi del senso comune sulla rappresentazione mirano il piú delle volte a giudicare le immagini come buone o cattive, a differenza del lavoro degli studi critici sui media, che non consiste nel celebrare o biasimare questo o quel medium in particolare, ma nel comprenderne i significati e l’importanza all’interno della società e nell’ambito della storia della rappresentazione. Un compito particolarmente difficile quando si tratta di analizzare una specifica tipologia di rappresentazione, notoriamente controversa: gli stereotipi (M. Z. Newman, “Media. Una cassetta degli attrezzi”)

Si esprime anche Vespignani:

Scienza, politica e decisioni

Problemi sistemici hanno interessato (…) la comunicazione ufficiale e governativa [sulla pandemia]. Innanzitutto, né i diretti interessati né le istituzioni nazionali e internazionali sono riusciti a comunicare un concetto molto semplice: la scienza non è il singolo scienziato, ma un processo costruito da una comunità attraverso una dinamica collettiva. Soprattutto, la conoscenza scientifica è un processo indissolubilmente legato alla comprensione e all’accettazione delle incertezze; il presupposto è l’abbandono del pensiero binario sintetizzato da contrapposizioni tipo «il vaccino funziona o non funziona», «i lockdown funzionano o non funzionano». Troppo spesso dalle sedi decisionali è piovuto il richiamo ufficiale ad attenersi al diktat che bisognava semplificare il messaggio. L’ordine di scuderia era evitare ogni ambiguità o incertezza. Questo molto spesso ha portato a contrordini improvvisi a mano a mano che nuovi dati ed evidenze scientifiche indicavano la necessità di cambiare le politiche di mitigazione (A. Vespignani, “I piani del nemico. Cos’è e come funziona la scienza delle previsioni in tempo di crisi”)

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