Non del tutto subalterni! Per una piattaforma digitale della Repubblica

A parte l’uso dell’aggettivo innovativo, che testimonia – ahimé!- l’incapacità di svincolarsi completamente dal pensiero mainstream, il recente parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) sulle linee guida ministeriali per la Didattica Digitale Integrata testimonia che un po’ di senso critico è ancora presente.

Il documento mette in evidenza infatti la profonda inadeguatezza dell’ipotesi pedagogica e dell’impianto metodologico del decreto.

Interessante, però, soprattutto la sottolineatura della necessità di una piattaforma a gestione pubblica o almeno della definizione di un unico protocollo nazionale per il rapporto con le aziende del capitalismo digitale.

Proprio così: ogni spazio di erogazione di istruzione pubblica deve essere frutto e luogo di iniziativa istituzionale diretta, finanziata, se necessario, dirottando parte del Recovery fund.

Per usare uno slogan, va realizzata una piattaforma digitale della Repubblica, con queste caratteristiche minime:

  • definizione e adattamenti sulla base di modalità davvero partecipate, per quanto riguarda le funzionalità;
  • struttura aperta, controllata, monitorata e garantita in maniera trasparente, per quanto riguarda l’organizzazione;
  • orientamento a democrazia, cooperazione, scambio, confronto solidale, diffusione, redistribuzione, inclusione, per quanto riguarda le finalità.

Qualche embrione, per altro – lo testimoniano per esempio il GARR e il Politecnico di Torino – c’è già; autentiche competenze di merito mobilitabili in forma sinergica anche.

Sono d’accordo con il CSPI anche sul fatto che, in attesa della realizzazione di questa infrastruttura, come primo passaggio civile e politico di assunzione di responsabilità diretta e disponibilità a farsi carico in forma attiva della “questione digitale”, abbandonando ogni forma di tecno-snobismo, debba essere sollecitata e messa in atto una costante vigilanza sul partenariato messo in atto dalle varie scuole con i fornitori di servizi di rete privati, esigendo anzi convenzioni d’uso depurate da tecnocrazia e manipolazione.

In questa prospettiva possono anzi essere molto utili i punti più qualificanti della matrice ideale del software libero:

  • Approccio etico al possesso e all’impiego dei dati;
  • Spazi di rete aperti e cooperativi, non solo senza canoni, ma anche senza profilazione estrattiva;
  • Fornitura di credenziali e tracciamento operativo consensuali e trasparenti, per scopi di interesse generale e funzionali esclusivamente alle attività degli utenti;
  • Riconoscimento economico del valore individuale e sociale del lavoro effettivamente prestato per l’implementazione, la manutenzione, l’adattamento e così via, aspetto fino ad ora assolutamente trascurato e ridotto troppo spesso a irreplicabile volontariato;
  • Trasparenza continua delle scelte e negoziazione costante delle architetture, con particolare riferimento alle procedure algoritmiche eventualmente impiegati.

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