In direzione ostinata e contraria

Io ci provo ancora una volta.

Pur condividendo le ragioni generali e gli obiettivi della recentissima diffida dei COBAS al ministro, non posso infatti non cercare di stimolare una riflessione critica più ampia e solida, che concepisca anche di intervenire in modo attivo e alternativo nel campo delle tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione per la didattica.

Se vogliamo infatti riuscire a resistere in misura efficace all’irruzione della logica e della logistica tecno-liberiste nell’istruzione della Repubblica, dobbiamo prioritariamente svincolarci dall’uso delle categorie e del lessico totalizzanti e polarizzanti (per esempio, “la” didattica a distanza, “il” digitale, “le” tecnologie”) – che invece anche questo documento accoglie e consacra a significanti assolutizzati e come tali condivisi -, per costruire quadri concettuali autonomi, divergenti, a vocazione esplicitamente emancipante, fondati sulla dialettica e non sulla negazione.

Dobbiamo, insomma, diventare e considerarci capaci di determinare, applicare e diffondere una prospettiva differente e di concepire e praticare soluzioni diverse dal rifiuto aprioristico, versione sterile del “senza se e senza ma”, destinata a subalternità operativa e ad asfissia civica e – quindi – ad auto-emarginazione professionale.

È quanto mai evidente che le piattaforme capitalistiche di intermediazione digitale hanno sfruttato il lockdown della didattica in prossimità e le richieste e le disponibilità di ministero, di singoli istituti e di molti insegnanti per estendere e rafforzare la propria egemonia, fondata sulla conoscenza sorvegliata e sull’estrazione di dati e per altro già molto diffusa nell’istruzione in generale e in varie scuole.

Dobbiamo perciò avere l’intelligenza e il coraggio di capire che la sola rivendicazione del baluardo costituito dalle tradizioni democratiche della scolarizzazione di massa (a questa dimensione del discorso pubblico e non a una sfera individualistica e corporativa voglio ricondurre la libertà di insegnamento) si è rivelata una statica linea Maginot professionale, ampiamente e facilmente aggirata dalla retorica e dalle pratiche dell’emergenza e dell’efficienza.

Per continuare o riprendere a esercitare una mediazione didattica consapevole, inclusiva, indipendente, rispettosa del diritto all’apprendimento nella direzione dello sviluppo umano e non della mercificazione della conoscenza e del lavoro, dobbiamo smettere di applicare un – superato dai fatti e dal dibattito – punto di vista scuola-centrico e piuttosto acquisire e far risuonare con forza una visione radicalmente critica dell’architettura generale della platform society in quanto forma culturale vincolante per l’intero corpo sociale; e indicare possibili alternative.

L’occasione è davanti a noi, perché alle spalle abbiamo la crisi delle tassonomie e della nomenclatura fondate sull’espistemologia dell’innovazione e i conseguenti forti attriti operativi, formativi, sociali e intellettuali, già verificatisi nella stagione appena conclusa e pronti a rideterminarsi nel prossimo anno scolastico.

Sta a noi tradurli in attivismo culturale e politico.

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