Esattamenti tossici

Milani è del tutto diretto:

L’intensità dei cicli di adattamento (reciproco) nelle reti informatiche globali è notevolmente maggiore rispetto alle reti analogiche precedenti, come autostrade, ferrovie e fogne. La mia tesi è che siano preponderanti le dinamiche di esattamento tossico, orientato all’aumento di automazione e preordinato a scopi di lucro e dominio a livello individuale e collettivo, rispetto a dinamiche di adattamento/esattamento non orientate al dominio. Esattamento (o exattamento) è una traduzione dell’inglese exaptation, che grossolanamente possiamo figurarci come evoluzione che procede dall’organo alla funzione. (…) Gli esattamenti differiscono radicalmente dagli adattamenti, che procedono dalla funzione all’organo, per cui la selezione naturale (o tecnica) plasma un carattere per un uso attuale, per svolgere in maniera più adeguata (con meno sforzo, in modo più efficiente ed efficace) una funzione già esistente e individuata. Gli esattamenti sono parte dell’evoluzione naturale da sempre, e sono assolutamente fondamentali, al pari degli adattamenti. Dal punto di vista dell’analisi del potere non c’è soluzione di continuità fra esseri naturali ed esseri artificiali, fra esseri organici ed esseri inorganici, fra esseri viventi ed esseri non viventi. Propongo quindi di considerare esattamenti e adattamenti come elementi primari dell’evoluzione tecnica fin da quando il primo strumento tecnico è stato messo a punto da un nostro antenato australopiteco. Questo per evidenziare che non si tratta di un fenomeno nuovo, sorto improvvisamente con l’era digitale, ma di un continuum evolutivo che però ora si presenta come straordinariamente sbilanciato dalla parte dell’evoluzione di sistemi tecnici orientati al dominio. Non è cambiata la sostanza, ma sono cambiate la rapidità, l’intensità, la scala e le reazioni sistemiche dell’adozione di determinati adattamenti ed esattamenti tecnici. Nel caso delle reti attuali, la selezione di caratteri che il sistema individua come desiderabili avviene quindi secondo dinamiche più intense, rapide, dirompenti rispetto agli esattamenti tecnici fin qui noti. Inoltre avvengono su scala industriale globale, con effetti a catena a ogni livello della scala, dal comportamento del singolo individuo umano alla linea di montaggio dei dispositivi elettronici, alle contese geopolitiche per il controllo e l’estrazione delle materie prime (terre rare, litio, ecc.). La sensazione di disagio e alienazione tecnica è principalmente riconducibile alla forzatura orientata al dominio di selezioni evolutive tramite esattamenti tecnici tossici delle relazioni fra esseri umani ed esseri tecnici. (…) la rete globale di Internet necessita di una quantità di expertise irriducibile al singolo esperto e persino a una categoria specifica di esperti. Anche gli esperti effettuano deleghe ad altri esperti, di cui si fidano per conoscenza diretta o più spesso ai quali sono costretti ad affidarsi giocoforza, serrando sempre più le maglie di una catena senza fine in cui gli umani tendono ad affidarsi ciecamente ai dispositivi con cui vivono, da cui le loro vite in effetti dipendono in maniera crescente. (…) al di là della contrapposizione poco illuminante fra analogico e digitale, sussistono differenze fondamentali fra la consultazione della mappa e quella del navigatore digitale. Si tratta di operazioni che implicano tipologie di fiducia molto diverse per intensità e soprattutto per il ritmo relazionale, per la frequenza di scambi impliciti in procedure apprese in maniera perlopiù inconsapevole dagli agenti umani. Infatti questi ultimi raramente sanno spiegare come hanno appreso a interagire con gli esseri digitali, pur avendoci a che fare senza difficoltà quotidianamente. Nessun corso di perfezionamento, nessuna scuola, nessun apprendistato: si evoca invece l’intuitività di alcune interfacce, la semplicità di determinate procedure e dispositivi, che di intuitivo e semplice non hanno assolutamente nulla. Spesso viene invocata una predisposizione all’interazione tecnica che sa di predestinazione nascosta, variamente mescolata a considerazioni scientificamente infondate sull’essere nativi o immigranti digitali. Invece è dimostrato e dimostrabile che qualsiasi essere umano dotato di determinate caratteristiche fisiche (principalmente, una corteccia cerebrale che risponde a determinate sollecitazioni visive), a prescindere dall’età anagrafica può maturare relazioni di familiarità con sistemi tecnici digitali e sviluppare abilità solitamente considerate appannaggio dei cosiddetti nativi digitali. (…) Dal punto di vista materiale, si tratta di sviluppare dinamiche di interazione diverse per quanto riguarda i mediatori tecnici chiamati in causa (cartine, software presentati da schermi digitali, volumi enciclopedici e così via), così come per le abilità richieste: leggere una cartina geografica, interagire con un software di navigazione o consultare un’enciclopedia cartacea. Non dipende dall’età, ma dalla motivazione, dall’occasione, dal contesto e così via. In ogni caso, la delega all’operato dell’esperto, da temporanea e revocabile, tende a diventare delega all’operato dell’essere tecnico fissa e irrevocabile; anzi, delega continuamente reiterata e aumentata di grado e intensità, in un crescendo di alienazione tecnica. Questo avviene sotto una duplice pressione. Da una parte, per via delle caratteristiche intrinseche dei sistemi informatici attuali, frutto della predazione dissennata delle risorse (materie prime naturali e sfruttamento della manodopera ridotta a risorsa umana): questi sistemi mirano a riprodurre strutture operative e comunicative gerarchiche, implementate con modalità opache per l’utente e orientate all’estensione illimitata dei regimi di mercato. Dall’altra, per via della propensione al dominio maturata da alcuni millenni dagli esseri umani. Una propensione che si nutre non solo della brama di comando dispotico, ma anche e soprattutto del desiderio di sottomissione, dell’ansia di obbedire, della scarsa volontà di prendersi cura della faticosa gestione della tecnica. Gli straordinari poteri che scaturiscono dall’interazione con gli esseri tecnici sono estremamente appetibili per chiunque, e sono facile preda di chi è in grado di assicurarsi l’obbedienza degli esperti che, dopotutto, sono pur sempre esseri umani. Così la gerarchia esistente si trova inequivocabilmente rafforzata ogni qual volta un esperto si conforma alle relazioni di comando/obbedienza (…) In concreto, la delega tecnica tende a farsi alienazione tecnica strutturale nel caso del guasto, perché sono necessari diversi esperti per venire a capo del problema (…) Ma questo accade anche nel caso del funzionamento regolare. Questa percepita normalità della delega alienante è molto più grave dal punto di vista libertario. Quella che viene percepita come ovvia normalità è in effetti il prodotto dell’azione coordinata di un’enorme quantità di sistemi che richiedono una quantità straordinaria di controlli e monitoraggi (retroazioni cibernetiche) da parte di umani e non umani, ovvero cure specifiche da parte di esperti di vario tipo. (…) Cure prodigate quasi sempre sotto l’egida di sistemi gerarchici per nulla disposti a lasciar spazio alla convivialità; cure obbligate dall’obsolescenza programmata dei sistemi, imposte come abitudine di co-dipendenza tossica dall’ignoranza e dalla noncuranza generalizzata. La rete di Internet è molto più complessa di qualsiasi altra rete tecnica mai realizzata, più che altro perché tende a interagire in maniera sistemica con le reti già esistenti, inglobandole così in una rete più ampia: si pensi alle lavatrici «intelligenti» e agli altri dispositivi della cosiddetta Internet delle Cose (iot, Internet of Things), elettrodomestici e altri oggetti connessi in rete, gestibili da remoto. La delega strutturale ai tecnocrati sembra essere inevitabile, e in effetti lo è, almeno per come si è evoluta e strutturata oggi. Delegare a livello tecnico significa investire qualcun altro della propria autorità nei confronti di quel sistema/strumento; significa dare ad altri il proprio potere. Nel caso dei computer è molto evidente: consegniamo le parole d’ordine, le password per accedere al dispositivo e poterlo comandare; al contempo, diamo mandato all’esperto di fare qualsiasi cosa sia necessaria per ripristinarne il funzionamento. Gli esperti di organizzazioni gerarchiche spiegano come effettuare deleghe in maniera corretta, cioè, dal loro punto di vista, in modo da massimizzare l’effetto della delega stessa, per moltiplicare il potere diffuso e poterlo poi riassorbire, accumulandolo e rinsaldando in tal modo la gerarchia stessa, la lealtà nei confronti dell’autorità dei dominanti da parte dei subordinati. Nel caso della delega tecnica strutturale, la nostra domanda invece rimane: è possibile delegare bene, in senso libertario, cioè in modo da aumentare la diffusione del potere, della capacità di intervenire nella messa in opera di norme condivise, ma di evitare al contempo il fortificarsi delle relazioni di dominio? La risposta breve è: sì, se riusciamo a far circolare la conoscenza, ovvero la linfa stessa che nutre le relazione all’interno di una rete. Dobbiamo ricordare che lo strumento è diverso dalla rete, il dispositivo non è la rete, e d’altra parte la rete si riconfigura continuamente, è un processo di ontogenesi, di creazione di esistenza incessante, proprio perché si evolve attraverso la selezione di caratteristiche reputate adatte. Ma al tempo stesso dobbiamo tenere presente che possiamo separare gli strumenti che compongono una rete solo in maniera astratta, per comodità di studio; lo stesso vale per la separazione netta fra elementi tecnici e umani che partecipano a una stessa rete. Per delegare bene, è necessario che le conoscenze circolino il più possibile, non solo e non tanto come sapere astratto, applicabile a ogni situazione, ma come competenze di cui ci si può impratichire sotto forma di esperienze sempre e comunque uniche, individuali. Devono circolare anche (soprattutto!) quando sono spurie, incomplete e magari insoddisfacenti. (…) È fondamentale divertirsi, non prenderla troppo sul serio, altrimenti invece di un piacevole e appassionante convivio ci ritroveremo immersi in uno sfiancante sforzo per convincere, sopraffare, cooptare e sottomettere gli altri ai nostri obiettivi. Al tempo stesso, è necessario evitare di contribuire ai sistemi tecnocratici esistenti, cosa che potrebbe sembrare in contraddizione con la libera circolazione delle conoscenze, ma che in realtà non lo è affatto. Libero non significa assolutamente libero, ma relativamente libero, in relazione a qualcosa e qualcuno. Non c’è libertà possibile senza condivisione del potere. Gli accumulatori seriali di potere, che forzano l’evoluzione tecnica nella direzione del dominio, ovvero i sistemi tecnoindustriali, vanno semplicemente disertati, abbandonati e distrutti. (…) L’apprendimento è sempre presente nell’interazione tecnica, e quindi c’è sempre un aspetto cognitivo. Ad esempio, invece di ricordare a memoria indirizzi e numeri di telefono (immagazzinandoli nel proprio corpo), li scriviamo sull’agenda; anzi, li digitiamo sull’agenda elettronica del cellulare. La fatica di ricordare viene delegata allo strumento, che assume un ruolo protesico, nel senso che funge da protesi mnemonica. In concreto, questa delega avviene attraverso la messa in atto di procedure di interazione con i dispositivi che tendono all’automatismo cognitivo. La procedura diventa automatica, non dobbiamo studiare ogni volta come interagire; perciò l’essere umano risparmia energie, delegando lo sforzo all’essere tecnico. Assumendo un automatismo comportamentale di delega nei confronti dell’essere tecnico, l’umano riduce in maniera drastica l’impegno delle proprie risorse cognitive. Dal punto di vista che abbiamo adottato in questa ricerca, quello del potere, ciò significa che la capacità di formulare e applicare norme condivise viene delegata agli esseri tecnici. Almeno in parte, sono gli esseri tecnici a regolare i rapporti di convivenza fra gli esseri viventi e non. È necessario quindi comprendere in che modo avvenga questa delega capace di renderci più potenti. (…) L’invenzione di dispositivi che facilitano la predisposizione ad afferrare mira a trasformare lo sforzo consapevole in procedure automatiche, senza bisogno di un lavoro cognitivo consapevole: si pensi ad esempio a tutti i tipi di maniglie e impugnature che gli oggetti possono avere. Quando afferriamo una caraffa per il manico non ci soffermiamo a riflettere sul significato di quell’ansa: la afferriamo e basta. Funzioniamo insieme alla caraffa e al suo manico. (…) Le linee di produzione industriale integrano le procedure di automatismo cognitivo umano nella fabbricazione di oggetti identici, adattati all’interazione automatica; il che significa, dal punto di vista del complesso tecnico (composto almeno di robot industriali-designer-operai della linea), che l’obiettivo dell’automatismo tende a riflettersi sull’intero sistema produttivo, nella segmentazione e specializzazione delle singole operazioni tecniche, da parte di umani e non. Il risultato è, ad esempio, la produzione di bottiglie di plastica con un incavo, invece che semplicemente cilindriche. (…) Nell’esattamento (exaptation), al contrario, sono alcuni caratteri, o insiemi di caratteri organizzati come organi, a creare effetti prima inesistenti, cooptati per usi e funzioni prima inesistenti (o svolti in maniera differente). In termini generali (…) l’esattamento è l’impiego da parte dell’organismo di strutture già esistenti per finalità diverse da quelle che le hanno generate. Uno degli esempi dei paleontologi Stephen J. Gould ed Elizabeth Vrba, che nel 1982 hanno coniato il termine exaptation, è l’ala negli uccelli. Questo organo aveva in origine una funzione termica. Nei rettili a sangue freddo serviva infatti ad aumentare la superficie del corpo e a immagazzinare maggior calore; la metamorfosi delle scaglie in piume aumentò l’isolamento termico. Ma poi, lentamente, quella membrana-termosifone divenne ala per volare in alcuni individui che si trovarono a esercitarla in quel senso, cioè a cooptare quell’organo per la nuova funzione «volare» invece di continuare a servirsene per la funzione per cui si era evoluta, cioè «regolare la temperatura» (…) Tornando all’evoluzione tecnica della scrittura, possiamo individuare forme di adattamento alternate a forme di esattamento. Un esempio di esattamento: la funzione «lascia una traccia scritta della tua esistenza» non esisteva prima che la scrittura diventasse una consuetudine sociale, prima cioè che il potere derivato dalla co-esistenza fra esseri umani ed esseri tecnici dedicati alla scrittura (penne, carta per scrivere, quaderni, ecc.) si diffondesse al punto tale da esplicitarsi in norme condivise, come quella di lasciare diari personali, lettere, memorie scritte per le persone care. (…) Il caso delle tecnologie digitali di massa è molto più complesso, ma sostanzialmente analogo. Il concetto di esattamento applicato alle piattaforme digitali commerciali di massa ci permette di inquadrare in maniera più precisa la dinamica ricorsiva di comandi e regolazioni cibernetiche. Le retroazioni sistemiche nutrono il reciproco condizionamento fra esseri umani ed esseri tecnici. Un click genera un altro click e così via, strutturando lunghe catene di esattamenti tecnici. Questi esattamenti in effetti convocano insieme strutture sociali, abitudini personali e collettive, nonché strutture tecniche, per farle interagire secondo finalità diverse da quelle che le hanno generate. L’evoluzione dei sistemi interattivi viene forzata favorendo la ripetizione di procedure, sotto forma di comportamenti irriflessi, automatici. Questi automatismi comportamentali sono assimilabili a rituali inconsapevoli. Ad esempio, rispondere all’«Alt, parola d’ordine»: fornire login e password, una procedura ripetuta in continuazione, cui gli umani sono ormai abituati nei sistemi tecnocratici. Eppure non sono operazioni anodine: declinare le generalità e comunicare una parola d’ordine indica chiaramente che stiamo entrando in una zona militarizzata, che non è casa nostra. Le procedure tipiche degli esattamenti tossici avvengono infatti all’interno dei cancelli digitali dei padroni della piattaforma. La reiterazione delle medesime azioni e reazioni è assimilabile a schemi rituali che si svolgono secondo il ritmo dettato da regole algoritmiche altrui, e sotto l’attenta supervisione del sistema. Il monitoraggio mira sia a realizzare versioni successive sempre più condizionanti, sia a collezionare dati (e metadati) da vendere al miglior offerente sul mercato. (…) Il risultato è la sottomissione pressoché immediata degli umani al sistema che credono di comandare; il che coincide con l’obbediente sottomissione al condizionamento patito dal proprio organismo, cioè corrisponde a un vero e proprio autoabuso. (…) Non ha senso quindi proporre di usare bene tecnologie del genere. Al massimo possiamo individuare quali sono i caratteri selezionati dal sistema e quindi cercare di smorzare, attenuare, controbilanciare gli effetti che riteniamo sgradevoli e indesiderabili. Ma questo sforzo comporterà un sostanziale disallineamento fra l’uso previsto del sistema e l’uso deviante che cerchiamo di farne strutturando l’interazione in maniera differente, per adattarla ai nostri fini. L’energia necessaria per compiere un’interazione sarà inevitabilmente maggiore, l’efficienza e l’efficacia saranno inferiori, la gratificazione complessiva risulterà minore. (…) Una sequenza calibrata, disegnata ad hoc da esperti, viene proposta in esclusiva per ogni umano disponibile all’interazione. Gli esperti al servizio di aziende che lucrano su ogni minimo movimento degli utenti appartengono a diverse tipologie: sono interaction designer, scienziati cognitivi, psicologi comportamentali, designer di interfacce, coder, ecc. Grazie al loro impegno, la procedura si dipana sempre uguale a sé stessa, eppure pronta ad accogliere «innovazioni» (cioè selezioni di caratteri ritenuti adeguati) per renderla ancora più appetibile, in una nuova versione «migliorata». Migliorare, dal punto di vista dell’esattamento tecnico industriale, significa immaginare e mettere a punto selezioni di caratteri per accelerare, prolungare e intensificare la durata degli scambi e il tempo complessivo trascorso dagli umani all’interno di quella dinamica interattiva tossica. Tutte queste interazioni richiedono molta energia e un gran lavorio. Gli organi che svolgono il lavoro, però, sono solo in minima parte organi umani. Sono gli algoritmi, le interfacce e gli esperti di cui sopra che svolgono il lavoro liturgico, strutturando una gerarchia opaca; e tutti lavorano al servizio di aziende private (nel caso delle multinazionali) o di governi più o meno oppressivi (nel caso delle agenzie di intelligence). Le funzioni non pre-esistono, ma sono effetti prodotti attraverso interazioni pre-ordinate, restituite al corpo organico dell’utente sotto forma di misurazioni, che corrispondono alla quantificazione della sua esperienza. (…) [Le] liturgie tecniche, private o pubbliche, selezionano funzioni prima inesistenti. La funzione «dì a tutti che sei fidanzata» (gay, confusa, triste, entusiasta…), con l’effetto gratificante, la sensazione di potere che comporta, non esisteva prima dell’avvento di Facebook. La funzione «mostra a tutti una foto che dimostri quanto ti stai divertendo con una frase memorabile che faccia schiattare d’invidia» non era nemmeno concepibile prima di Instagram. Per raggiungere un effetto vagamente paragonabile si sarebbe dovuto scrivere ad alcuni, parlare con altri, telefonare, scattare foto, stamparle, inviarle, farle pubblicare su giornali o riviste e così via. Si sarebbe dovuta organizzare una rete di competenze e di esperti in grado di supportare e mettere in opera quella funzione con organi adeguati. Ora invece questo potere è alla portata di tutti, perché la funzione è disponibile a chiunque possieda un profilo su Facebook, Instagram o altre piattaforme a seconda di quel che desidera ottenere, automaticamente. Il costo cognitivo di questa funzione è prossimo allo zero. Anche se riuscire bene non è facile: bisogna allenarsi molto e impegnarsi per diventare capaci al gioco social, non è affatto banale. Ma questa fatica richiesta dall’apprendistato del sistema tecnico è radicalmente diversa dai tipi tradizionali di apprendistato. Invece di sforzarsi per organizzare un’interazione complessa con molti altri umani tramite la chiamata in causa di tanti dispositivi e l’impiego di tante competenze, l’individuo trae da questa attività piacere immediato, chimico, sotto forma di secrezione di dopamina endogena. Il neurotrasmettitore viene secreto a livello cerebrale durante l’interazione con la piattaforma stessa, favorito dalla piattaforma. (…) Per essere parte integrante di queste nuove Megamacchine, gli umani devono solo fare click, con il pollice se hanno uno smartphone. O con un altro organo adattato alla funzione, piegato all’interesse interattivo iscritto nel sistema, profondendo ancora minor energia – ad esempio la voce: «Alexa, invia la foto!» – oppure adeguati movimenti oculari, o ancora semplice presentazione del viso alla telecamera, per effettuare un pagamento tramite riconoscimento facciale. In ogni caso devono assoggettarsi a una procedura che non hanno deciso, cioè adeguarsi a una norma che non hanno contribuito a definire. Seguono le tracce algoritmiche dell’interfaccia tecnica, ne interiorizzano il ritmo fino a che diventa un automatismo comportamentale. (C. Milani – Tecnologie conviviali)