sintetizza
In primo luogo, è importante sottolineare il ruolo svolto dalla diminuzione dell’indipendenza delle redazioni nel crollo della fiducia. Ricapitalizzazioni successive hanno permesso di salvare un certo numero di testate nel corso degli ultimi decenni, ma spesso sono avvenute al prezzo dell’ingresso nel capitale di attori esterni al settore dei media (…) [la cui] presenza all’interno del capitale solleva almeno due questioni fondamentali: da un lato, l’autocensura; dall’altro, il peso politico sproporzionato dato a questi attori dal possesso dei media di riferimento. (…) In secondo luogo, la crisi dei media è in parte legata all’uso eccessivo della sola logica di mercato. Per decenni il modello economico dei media si è basato sia sulle vendite sia sulle entrate pubblicitarie. La stampa non è riuscita a prevenire il crollo inesorabile di queste ultime, a causa dell’avvento di nuovi media più allettanti per le/i consumatrici/tori come per le/gli inserzioniste/i. Non si tratta di un fenomeno nuovo: sono state la radio e la televisione per prime a sferrare colpi alla stampa. Ma con internet – e poi la crisi economica del 2008 e l’attuale crisi del coronavirus – la dimensione dell’impatto è stata ben diversa. (…) l’errore è consistito nel credere inizialmente che la pubblicità potesse tornare – ignorando quindi che, in rapporto al PIL, le entrate pubblicitarie dei giornali avevano iniziato a diminuire già alla fine degli anni Cinquanta (…) e (…) si è commesso un errore storico (..) [:] mettere online gratuitamente il contenuto dei giornali scommettendo che la pubblicità da sola avrebbe prodotto entrate sufficienti. Questa scommessa ha portato invece alla svalutazione dell’informazione (…) Inoltre, i media si sono lanciati nella corsa verso il mercato della pubblicità online (…) interamente controllato dalle GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon). Il risultato è stato [sic!] una corsa ai clic e la moltiplicazione del numero di articoli online (…) L’uso crescente del copia e incolla su internet è diventato l’unica strategia “possibile” per media che vorrebbero occuparsi di tutto, subito e, inoltre, con personale ridotto (…) [con] standardizzazione dei contenuti online che (…) cancella qualsiasi idea di valore aggiunto, mentre le/i cittadine/i in realtà apprezzano di più i contenuti originali (…) Perché allora persistere nella strategia della (ri)produzione? Perché a breve termine è più proficua; e perché gli utili sull’investimento rimangono per alcuni l’unica bussola da seguire. A questa dinamica va aggiunto l’uso crescente della “pubblicità nativa” (…) che sembra un contenuto originale ma in realtà è sponsorizzato. Da un punto di vista economico, la pubblicità nativa permette ai giornali cartacei di riempire pagine a costo zero. Inoltre, è estremamente efficace sulle/sui lettrici/tori, che sono più facili da convincere, e quindi sulle/sugli inserzioniste/i, che sono più pronte/i a pagare, soprattutto perché gli ad blockers hanno maggiore difficoltà a identificarla come pubblicità (…) Si sacrifica così la fiducia delle/dei lettrici/tori in nome della redditività. (…) La pubblicità nativa non è certamente un nuovo pacchetto di misure contro l’austerità, ma ci fa vedere che i media sono pronti a sacrificare la fiducia delle/dei lettrici/tori per aumentare la loro redditività a breve termine. (J. Cagé, «Il lavoro non può essere ridotto a una “merce”», in I. Ferreras – J. Battilana – D. Méda, “Il Manifesto del Lavoro. Democratizzare, Demercificare, Disinquinare”)