Una tecnologia intellettuale è la sostituzione di algoritmi (regole per la soluzione dei problemi) a giudizi intuitivi […]; le tecniche statistiche e logiche utilizzate per gestire la ‘complessità organizzata’ sono tentativi di formalizzare serie di regole che permettano di prendere decisioni (D. Bell, “The Coming of the Post-Industrial Society: A Venture in Social Forecasting”, Basic Books, 1973)
è fuorviante pensare la tecnologia come una faccenda di macchine e computer: essa è invece una forma di razionalità, una strategia organizzativa, un metodo per governare “la complessità disorganizzata”, cioè forme di vita complesse come le nostre, che sfuggono a nessi causa-effetto facilmente prevedibili. La “tecnologia intellettuale” è una “razionalità funzionale” che mira semplicemente a stabilire regole di comportamento – modi riproducibili di fare le cose, modelli – adatte al raggiungimento di un obiettivo. Le macchine, i computer, sono secondari, sono semplicemente uno strumento. Quel che è determinante è questa forma di razionalità e intelligenza orientata lontana dalle abituali forme di comportamento dell’uomo, che non si muove nel suo vivere cercando coerenza geometrica e sicurezza matematica – un tipo di intelligenza orientata matematicamente al problem solving umanamente controintuitivo. Ma se è vero che la “tecnologia intellettuale” non è una “tecnologia meccanica” fatta di silicio e terre rare, essa è però una meccanizzazione della mente. L’intelligenza artificiale è un chiasmo: la si può vedere come un’antropomorfizzazione della macchina, ma anche come una robotizzazione della conoscenza, una meccanizzazione della mente umana ridotta a mente informazionale – ovvero, dal punto di vista dell’economia della conoscenza, a “capitale-fisso-umano”. (V. Pinto, “Mezzo secolo e ci siamo. Cibernetica e nuova formazione”, in “Tecniche e miti. Le trappole dell’intelligenza artificiale”)